La vita digitale di chiunque può continuare anche dopo la sua morte terrena. È questo uno dei paradossi più evidenti dell’attuale società delle piattaforme. C’è una sorta di prolungamento, di eternità randomica delle nostre esistenze nella dimensione online, che potremmo definire con un gioco di parole post mortem.
Come nel caso dell’account X in lingua farsi dell’ex guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Alì Khamenei, ucciso nel corso dell’attacco aereo americano sulla capitale Teheran di sabato 28 febbraio, che in quest’ultima settimana ha continuato a pubblicare dei contenuti. Il flusso dei post ha rallentato, ma non è venuto del tutto meno. Infatti, nel feed si contano sette post che hanno incassato oltre mezzo milione di interazioni, con una crescita doppia rispetto al totale di reaction ottenute nelle due settimane precedenti. Inoltre, sempre negli ultimi giorni sono stati ben 179.718 i nuovi follower che hanno deciso di unirsi al canale, nonostante le autorità iraniane avessero confermato la notizia della morte.
خرمشهرها در پیش است... pic.twitter.com/i4fjnMR7x3
— KHAMENEI.IR | فارسی (@Khamenei_fa) March 5, 2026
È ovvio che dietro questa scelta di comunicazione, da parte del regime teocratico di tener in vita e vivo l’account dell’Iman, ci siano delle ragioni molteplici che non si fermano a un mero interesse propagandistico. Tra le motivazioni di fondo, in questo particolare frangente di crisi sia interna che internazionale, c’è la necessità impellente del regime di consolidare anche l’audience digitale che quel profilo poteva garantiva indirettamente alla causa. La portata di un post, ovvero la capacità di quel contenuto pubblicato nel feed di raggiungere un numero elevato di follower e di utenti, è in buona parte legata anche all’ampiezza della fanbase e alla sua abitudinarietà a essere e sentirsi coinvolto.
L’account intestato a Khamenei che pubblica in lingua farsi conta attualmente una platea di 1 milione e 300 mila follower, un pubblico con il quale continuare a dialogare e da utilizzare come amplificatore della narrazione del regime. In secondo luogo, dietro questa attività social post mortem c’è una ulteriore esigenza da considerare. I vertici iraniani, religiosi e militari, mostrano plasticamente al mondo che il loro potere è ancora forte, che il governo del Paese rimane saldamente nelle loro mani e che il popolo iraniano, che fa crescere le reaction al post esprime tutta la sua solidarietà agli ayatollah. Infine, non bisogna neanche sottovalutare una ulteriore motivazione di questa strategia comunicativa che sembra sganciata da una realtà fattuale.0
Le leadership teocratiche hanno una loro vita autonomia dopo la morte terrena, anzi è in quel momento che possono diventare ancor più solide e le piattaforme di social media hanno accelerato e ingigantito questo processo di eternizzazione.
Quanto più la morte è stata cruenta, tanto più la narrazione del martirio diventa strumento di manipolazione dell’opinione pubblica e si rafforza la necessità di alimentare il cordone ombelicale con i follower. Ecco perché, c’è da scommetterci che il profilo di Khamenei continuerà ancora a pubblicare nuovi post, almeno fino a quando il regime non crollerà definitivamente.