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Sbarco sulle coste, operazione anfibia e incursioni. Tra diversivi e piani reali le opzioni sul tavolo di Trump

Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran inviando centinaia di incursori delle forze speciali nel Golfo, mentre i negoziati restano incerti sul tavolo restano operazioni militari complesse e ad alto rischio

Sbarco sulle coste, operazione anfibia e incursioni. Tra diversivi e piani reali le opzioni sul tavolo di Trump

Un centinaio di incursori appartenenti ai Navy SEAL e ai Ranger dell’Esercito sono diretti in Medio Oriente, in vista delle possibili operazioni terrestri che hanno sempre previsto il coinvolgimento teorico di unità per missioni speciali di livello 1, o Tier 1. Ranger e Navy SEAL interverrebbero più che probabilmente nelle operazioni mirate che contemplano il controllo di obiettivi chiave nel caso di “luce verde” del Pentagono, che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione presidenziale, potrebbe lanciare raid mirati in settori di alto valore strategico o operazioni anfibie su vasta scala.

Tra le opzioni prese in considerazione dalla Casa Bianca, tutte estremamente complesse, figurano un’operazione anfibia per il controllo dell’isola di Kharg, nel settore settentrionale del Golfo Persico, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran; un raid per catturare l'uranio altamente arricchito immagazzinato dal regime, o assicurarsi che resti “sigillato” per sempre nei tunnel che si diramano dal sito nucleare di Natanz, già parzialmente sepolto dai bombardamenti sferrati dalla coalizione israelo-statunitense; e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz attraverso un’operazione lanciata su più obiettivi che dovrebbe portare al controllo delle isole strategiche e di una striscia di costa dell’Iran meridionale, con la necessaria “profondità” per garantire il controllo della testa di ponte. Una prospettiva che ha risvegliato, in chi conosce la storia militare, il dramma di Gallipoli 1915.

Attualmente il numero di militari statunitensi nella regione è salito a oltre 50.000 unità, circa 10.000 in più rispetto al dispiegamento convenzionale. L'impiego delle forze speciali, più che una leva negoziale per aumentare la pressione sull’Iran, appare come un aumento diretto della pressione, mentre il Pentagono ha già alzato la posta annunciando l'invio di 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e di una brigata di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata per impressionare Teheran e dimostrare che l'America è disposta a mettere i “boots on the ground” se necessario. Tuttavia, il numero di unità che potrebbero essere impiegate in un’operazione terrestre è “insufficiente” per un’invasione o un’occupazione su vasta scala.

L’Amministrazione Trump sta negoziando una exit strategy per porre fine al blocco dello Stretto di Hormuz: il vertice della Casa Bianca ha dichiarato che un “accordo ora” eviterebbe “gravi conseguenze”. Secondo le indiscrezioni che sono circolate nelle ultime ventiquattro ore, il presidente Trump avrebbe detto ai suoi consiglieri che sarebbe “disposto a porre fine alla sua guerra con l'Iran, indipendentemente dalla riapertura dello Stretto di Hormuz”, ma potrebbe trattarsi di una manipolazione dei mercati in vista della scadenza dell’ultimatum fissata al 6 aprile, data nella quale potrebbero riprendere le ostilità. Secondo le fonti, questo cambio di passo sarebbe il risultato dell’analisi di uno scenario che prevede un imponente sforzo militare, di almeno 4–6 settimane, per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Ciò nonostante, diverse centinaia di membri delle forze speciali statunitensi appartenenti ai Ranger dell’Esercito e ai SEAL della Marina — possiamo ipotizzare incursori specializzati nelle operazioni in ambienti desertici e urbani nell’area operativa del Medio Oriente — sono state inviate nel Golfo Persico senza aver “ricevuto un incarico specifico”, ma solo per fornire alla Casa Bianca opzioni di attacco nel corso del conflitto. Nessuna operazione potrebbe essere condotta senza l’ausilio delle forze speciali.

Ieri mattina il presidente Trump ha dichiarato sul social Truth che la sua amministrazione “continua a negoziare con l'Iran” e si è detto ottimista sul fatto che si possa presto raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, giunta ormai alla quinta settimana e iniziata dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio. Un ottimismo che non viene condiviso dai suoi interlocutori iraniani: i funzionari di Teheran coinvolti nei negoziati hanno smentito in più di un’occasione la versione fornita dalla Casa Bianca. Nello stesso post, Trump invitava l’Iran a trovare un accordo, asserendo che, se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto, gli Stati Uniti attaccheranno infrastrutture sensibili che si era “volutamente evitato di colpire”.

Alcuni analisti israeliani hanno definito la missione che prevedrebbe l’incursione di forze speciali nel cuore del territorio iraniano per catturare o mettere in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito una “fantasia operativa”.

Un’operazione terrestre condotta da forze speciali sul suolo iraniano per “mettere in sicurezza” l’uranio altamente arricchito che è ancora in Iran, seppure in parte sepolto nelle tonnellate di roccia e sabbia che lo relegano al sottosuolo dei siti nucleari sigillati dal lancio di missili Tomahawk e bombe anti-bunker MOP, prevederebbe l’inserimento di team delle forze speciali con assetto da guerra e protezione CBRN (Chemical, Biological, Radiological and Nuclear), e strumenti per la rilevazione delle radiazioni, in siti situati in profondità nel territorio iraniano, oltre 700–1000 chilometri dal confine iracheno, e richiederebbe l’impiego di mezzi che non possono violare lo spazio aereo iraniano con la stessa facilità dei caccia.

Un’operazione anfibia per conquistare quel che resta del terminal petrolifero iraniano di Kharg, che prevederebbe lo sbarco di migliaia di Marines o il lancio di paracadutisti sulla piccola isola a poca distanza dalle coste iraniane, esporrebbe la forza di sbarco all’immediata ritorsione dell’Iran, che lancerebbe missili e droni su un bersaglio relativamente circoscritto.

La terza opzione, uno sbarco lungo le coste dell’Iran meridionale che dominano lo stretto per stabilire una testa di ponte che taglierebbe fuori il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica — e che inizierebbe con estesi attacchi aerei lungo la costa, cui seguirebbe lo sbarco dei Marines impegnati in un assalto anfibio dal mare, coadiuvati da team trasportati dall’aria su elicotteri — potrebbe rivelarsi estremamente complessa, dispendiosa e pericolosa per il Pentagono. La domanda che dovremmo porci, dunque, è questa: quale di queste “missioni impossibili” è disinformazione, quale diversivo, e quale è davvero sulla scrivania del Pentagono? Forse tutte. Forse nessuna.

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