«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Putin avrebbe dovuto prendere Kiev in tre giorni. E questo dice molto sulla nostra resistenza». Nelle parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky c'è buona parte del senso degli ultimi quattro anni che hanno segnato il suo Paese ma anche l'Europa, costretta a convivere con un conflitto come non accadeva, di fatto, dal 1945. Ma «siamo all'inizio della fine», spiega Zelensky, che nel quarto anniversario dell'inizio del conflitto, ha ricevuto ancora una volta il sostegno fortissimo dell'Europa e fa appello ancora una volta all'unico che può, in un modo o nell'altro, mettere la parola fine su questa guerra sanguinosa, Donald Trump. Proprio mentre da Mosca, per l'ennesima volta, arrivano parole contrarie a ogni forma di pace e dialogo.
Per la prima volta Zelensky ha mostrato il bunker che si trova sotto il suo ufficio. «Questa piccola stanza nel bunker è stato il luogo in cui si sono svolte le prime conversazioni con i leader mondiali all'inizio della guerra. Da qui ho sentito: Volodymyr, c'è una minaccia, devi lasciare l'Ucraina urgentemente. Siamo pronti ad aiutarti. E ho risposto che avevo bisogno di armi, non di un taxi». Poi il messaggio rivolto a Trump, che ha ufficialmente invitato a Kiev. «Resti dalla nostra parte, non cada nel gioco di Putin. Solo lui può fermarlo».
Poi la celebrazione ufficiale con molti leader europei a Kiev, tra cui il presidente del Consiglio Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, e molti altri che hanno espresso sostegno e vicinanza da lontano e le solite voci stonate rispetto al coro, leggasi lo slovacco Fico e l'ungherese Orbán. Cerimonia in piazza Maidan, omaggio ai caduti e preghiera nella cattedrale di Santa Sofia, per ribadire una vicinanza anche simbolica. Ma non solo. «L'Europa è fermamente al fianco dell'Ucraina, finanziariamente, militarmente e durante questo rigido inverno. Non cederemo finché la pace non sarà ristabilita. Pace alle condizioni dell'Ucraina», ha confermato von der Leyen. Mentre da Mosca, il portavoce del Cremlino Peskov, insiste: «Gli obiettivi dell'intervento militare non sono stati pienamente raggiunti, quindi l'operazione militare speciale continua». Altro che dialogo. Con la solita delirante portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova che torna a straparlare di un'operazione «giustificata dalla crescente retorica nazista di Kiev». Anche per questo, l'Europa vuole alzare la voce. «Lasciatemelo dire con chiarezza cristallina. Il prestito da 90 miliardi è stato concordato dai 27 nel Consiglio europeo, hanno dato la loro parola. Questa parola non può essere violata», sottolinea von der Leyen. Con Antonio Costa che attacca direttamente il premier ungherese Viktor Orbán, dicendo che «sta violando il principio di sincera cooperazione tra gli Stati membri della Ue». Budapest infatti sta cercando di bloccare il prestito di 90 miliardi a Kiev, ricattando Bruxelles e Kiev per continuare ad avere forniture di petrolio da Mosca, bandite in tutta l'Unione. Mentre La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola lancia la sfida e firma il prestito all'Ucraina «a nome del Parlamento europeo», chiaro segnale al veto sbandierato da Orbán.
In questo clima, Kyrylo Budanov, capo dell'ufficio di Zelensky, conferma un nuovo
round dei colloqui trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti per il fine settimana. «I movimenti sono lenti, ma stanno avvenendo», ha detto. Anche se al momento, la strada verso la pace sembra davvero molto in salita.