«Ho visto annegare centinaia di persone nelle acque del Tigri»

La testimonianza di un ragazzo che si è tuffato dal ponte. Appelli in tv per rintracciare i parenti di un neonato scampato alla strage

Gaia Cesare

Qualcuno li cerca fra le corsie d’ospedale. Una caccia affannosa e disperata tra corpi straziati e senza vita. Una donna, avvolta in un abito nero, ha già concluso il suo doloroso compito. È lì che piange sul cadavere del figlio, avvolto in un drappo bianco nell’ospedale di Al-Numan.
Sono le stesse lacrime angosciate che i soccorritori hanno tentato di fermare quando si sono trovati di fronte un piccolo di dieci mesi. Lo hanno recuperato lì, attaccato alla salma di una donna, probabilmente la madre, che lo aveva voluto con sé, forse per una benedizione speciale, in occasione dell’anniversario della morte dell’imam Musa Al-Kadhim, il martire per il quale si erano riuniti i devoti sciiti. Il bimbo era immobile in quel teatro dell’orrore, in quel campo di battaglia dove la battaglia, questa volta, non è stata provocata dalle bombe o dai kamikaze, ma dalla paura.
Dopo la festa, il calore di una folla immensa, di quella massa enorme di fedeli in pellegrinaggio nella capitale irachena non resta che un cumulo di scarpe abbandonate.
In migliaia hanno vissuto «l’inferno». Così lo definisce un membro del servizio d’ordine dell’Esercito del Mahdi, un radicale seguace del gruppo che fa capo a Moqtada al Sadr. Lui era lì mentre la marea umana ha cominciato a correre come colta da un raptus di follia, col terrore negli occhi e nel cuore. «Si è sparsa la voce che tra la folla ci fossero dei kamikaze con addosso cinture esplosive, e tutti hanno cominciato a scappare in ogni direzione», racconta un giovane che indossa una camicia nera con l’effigie del martire in onore del quale circa un milione di persone erano confluite a Bagdad. «Le donne erano quelle che avevano più problemi a correre, impedite nei movimenti dalle lunghe vesti e dai figli avvinghiati ai loro corpi».
Ha ancora gli abiti bagnati indosso mentre parla, invece, un altro dei testimoni sopravvissuti alla calca mortale. Anche lui è un ragazzo. E forse proprio la sua brama di vita, la sua incoscienza e la forza dei suoi anni lo hanno spinto a tuffarsi, da un’altezza di quasi dieci metri, dal ponte sul Tigri, A'aimma, crollato sotto il peso della folla impazzita, in fuga per il falso allarme. «Quando si è sparsa la voce della presenza di attentatori suicidi, tutti hanno cominciato a urlare, e io mi sono tuffato dal ponte, ho nuotato e sono riuscito a raggiungere la riva. Ho visto donne, bambini e anziani cadere nell’acqua dopo di me». «Molti vecchi sono morti subito, schiacciati, e tantissimi sono annegati - ha riferito un poliziotto -. Numerosi corpi sono ancora nel fiume e le barche stanno lavorando per recuperarli».
Il lavoro più duro, ora, è affidato proprio a chi quei cadaveri deve recuperare. E poi ai medici, immediatamente precipitatisi sul posto: «In alcuni casi non era semplice stabilire se le persone erano vive o morte», ha riferito uno dei dottori iracheni. «Molti di noi posavano i cadaveri per terra. Chi passava doveva scavalcare i corpi e le pozze di sangue intorno a loro». Nell’ospedale Numane, nella zona sunnita di Adhamiya, decine di salme sono allineate nei corridoi. Troppo urgente il bisogno di offrire cure immediate ai feriti per avere il tempo di trovare posto anche per loro. I più fortunati trovano qui i parenti ancora in vita, per gli altri resta solo il doloroso rituale dell’identificazione e poi il trasferimento delle salme negli ospedali dei propri quartieri.
Dopo questo massacro di sciiti, nell’Irak lacerato dalle lotte tribali un briciolo di speranza sembra trapelare dall’appello degli ulema sunniti di Falluja. «Consideriamo quanto accaduto come una prova, non solo per gli sciiti ma per tutto il popolo iracheno», ha dichiarato il portavoce Abdel Hamid Jaddu, che ha chiesto ai suoi seguaci di recarsi in moschea per donare il sangue. La sua chiamata - riferiscono alcuni testimoni - è stata accolta da centinaia di abitanti della città.
Intanto il bimbo di dieci mesi trovato nell’inferno di Bagdad è stato portato in ambulanza nel reparto pediatrico del più grande nosocomio della capitale, la Città della medicina. Sul suo corpicino solo qualche graffio e la speranza che qualcuno, dopo gli appelli diffusi su alcune televisioni, lo riconosca e lo riporti a casa.

Commenti