«I big della classica? Prendano esempio da popstar e calciatori»

MilanoEd è anche entusiasmante sentirlo parlare: pian pianino Andrea Bocelli si è creato un evento unico al mondo, Il Teatro del Silenzio nella sua Lajatico, e lo descrive con un orgoglio d’altri tempi. Stavolta, in questo anfiteatro abbracciato dai campi di grano, sabato arriveranno la mezzosoprano gallese Katherine Jenkins, la soprano Sabina Cvilak, il grandioso flautista Andrea Griminelli, il brasiliano Toquinho e addirittura Placido Domingo. Tutti accompagnati dalla Sinfonica della Regione Abruzzo che, con il terremoto, ha perso pure la sede ma non la fiducia. Se volete, sarà spettacolare perché, per una sera, la musica si perderà nella natura compiendo la sua missione decisiva, annullare le barriere lasciando vincere i sensi.
Caro Bocelli, sono quattro anni ormai che il Teatro del Silenzio raccoglie i migliori interpreti del mondo.
«E stavolta ci sarà anche Placido Domingo. Non ci si crede quasi: uno dei più celebrati artisti di tutti i tempi. Come dicono gli inglesi: the dream comes true».
Che concerto sarà?
«Quasi esclusivamente classico».
Duetterete?
«Penso proprio di sì. L’occasione è senza dubbio quella giusta».
Ma su quale aria?
«Non lo so ancora. Però è anche vero che lui ha cantato tutto nella sua carriera. E quindi basta che gli venga un’idea e la mettiamo subito in pratica. Con certi grandi artisti le cose poi alla fine sono più semplici di quanto si pensi, per lo meno nell’ideazione: si ha voglia di cantare un’aria e lo si fa».
Bocelli, lei è uno degli italiani più famosi del mondo.
«In fondo l’opera è una cosa italiana, la musica melodica ha radici qui da noi. È ciò che sappiamo far meglio. È inutile provare a scimmiottare ciò che fanno gli altri da prima di noi».
Però, per semplificare, molti chiedono che la musica classica si ringiovanisca.
«Sono d’accordo anch’io. Bisogna svecchiarla. Ma senza cambiare una nota».
Perché?
«Il repertorio è favoloso ed è ancora giovanissimo. Piuttosto bisogna fare altro».
Ad esempio?
«Bisogna cambiare l’approccio del pubblico».
Mica facile. Lo si sente ripetere da tanto tempo.
«Innanzitutto è necessario svecchiare il marketing e creare attorno ai cantanti e agli artisti quell’alone di mistero che circonda ad esempio le rockstar o certi calciatori».
E poi?
«Far passare il concetto che la musica classica è portatrice di tranquillità».
Questa è nuova.
«La mia idea è sempre questa: è facile apprezzarla. Non c’è bisogno di studi particolari. Non è richiesta preparazione specifica per diventarne ascoltatori. È sufficiente ascoltarla e lasciarsi rapire con tranquillità. E poi basta con questa storia degli abiti da sera, di tutto l’armamentario che si ritiene indispensabile per seguire un’opera a teatro. La musica classica si può applaudire e godere anche con jeans e stivali».
A Lajatico che abito ci vuole?
«Beh lì siamo in mezzo ai campi quindi vanno benissimo le scarpe da ginnastica, naturalmente».
E dopo il concerto che cosa farà?
«Vacanza, finalmente».
Sì, ma al ritorno?
«Ho in programma un disco e un concerto a cui tengo moltissimo: a settembre vado a New York a cantare alla Carnegie Hall dove non mi sono mai esibito. Luogo prestigiosissimo, atmosfera magica».
Prenderà l’ennesima standing ovation. A proposito, Caterina Caselli ha ricordato quella che lei si guadagnò ai World Music Awards nel 2006 a Londra. Quella fu l’ultima apparizione «musicale» di Michael Jackson.
«Mi ricordo, lo incontrai e fu molto gentile. Tra l’altro c’è un particolare molto commovente».
Quale?
«Ho ricevuto una telefonata da lui proprio il giorno prima che morisse, ma non sono riuscito a rispondere perché non porto quasi mai il telefono con me».
Magari voleva chiederle una collaborazione: aveva in programma un cd di classica.
«Ahimè questa è una cosa che non sapremo mai».

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