I bilanci delle banche drogati dalle Borse ma l’Italia è più solida

Nonostante il riscatto avvenuto nel 2009 sul fronte dei profitti, la ripresa dell’industria bancaria internazionale resta fragile, drogata dalla spinta dell’attività di trading che è per sua natura esposta ai rovesci delle Borse. L’avvertimento è contenuto nell’ultima edizione dello studio che R&S Mediobanca dedica alle maggiori banche commerciali internazionali (62 tra Europa, Stati Uniti e Giappone).
Ulteriore fonte di preoccupazione è poi la debolezza dell’economia reale: nel 2009 le svalutazioni sui crediti sono salite del 19,6% rispetto alla media pre-crisi (1999-2007). Dal documento emerge tuttavia che le banche hanno imparato una lezione dalla crisi: fare meno ricorso alla finanza spinta. Nel 2009 infatti la mole dei derivati si è dimezzata sia in Europa (-47%) che negli Usa (-48%) e in Italia è scesa del 24,8 per cento.
Le banche italiane, proprio perché meno inclini alla finanza «estrema» e più concentrate sull’attività tradizionale, dovrebbero comunque avere una migliore tenuta. Le banche italiane sono poi le paladine degli impieghi del vecchio continente: 63,7% sul totale attivo, contro il 44% medio dei big europei, malgrado anche l’Italia abbia due realtà a vocazione internazionale come Unicredit (60,8%) e Intesa Sanpaolo (59,9%). A dominare la classifica made in Italy sono però le popolari con Ubi Banca (80,1%), Bper (76,3%), Bipiemme (74,2%) e il Banco Popolare (70,3%); quindi il Monte dei Paschi (al 67,8%). La nota dolente per l’intero sistema bancario europeo è però che nel 2009 un quarto dei ricavi è andato in fumo per effetto soprattutto delle perdite su crediti: nell’esercizio sono ammontate infatti al 28,1% su un totale dei ricavi pari a 438.774 milioni di euro. In linea col vecchio continente, l’Italia che ha registrato un rapporto svalutazioni su ricavi al 25,1%. La crisi ha poi radicalmente cambiato la classifica dei big in base agli attivi: in Europa al vertice c’è ora la francese Bnp Paribas, complice l’acquisto di Fortis, mentre Bank of America è diventata la prima banca degli Usa scavalcando JpMorgan. Restando negli Stati Uniti, dai calcoli di Mediobanca è emerso poi a sorpresa che l’amministrazione Obama ha avuto un ritorno di circa 26 miliardi di dollari in termini di introiti dal piano di emergenza con cui ha puntellato il proprio sistema bancario: in particolare 13,5 miliardi sono stati a titolo di dividendo e il resto da vendita di azioni o warrant delle banche sussidiate. Voce fuori dal coro resta invece la Cina che proprio nel 2008 ha visto le proprie banche snobbare la crisi internazionale e archiviare l’anno con una crescita dell’utile netto del 32,4%, contro un risultato ponderato delle banche Usa, Ue e Giappone negativo del 21,9 per cento.

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