I compagni al verde non sanno più cosa e perché festeggiare

Caro Granzotto, ho letto una bellissima notizia, vorrei condividere con lei - e, in caso mi pubblicasse, con i lettori - la gioia che ne è derivata: il segretario del Pd di Firenze ha annunciato che il partito non ha i soldi per aprire gli stand della Festa nazionale del Pd. Capito che bomba? Nel capoluogo toscano, roccaforte rossa da sempre, non si terrà la consueta kermesse dei compagni, l’erede, sia pure in tono sbiadito, della gloriosa Festa dell’Unità. Forse faranno qualche piccola rassegna minore, ma non alla Fortezza da Basso, il luogo storico deputato all’evento. E non solo, caro Granzotto, non hanno soldi in cassa (ah, quei vecchi compagni di Mosca, com’erano generosi... bei tempi, quelli di Cossutta e Pecchioli...), ma pare che nel clima depresso che si respira tra gli iscritti, calati in Toscana del 40%, non si trovino i volontari che da mattina a sera prestavano servizio a cucinare salsicce e a diffondere il verbo di Palmiro Togliatti. I militanti della potente macchina da guerra comunista, il Pci di Berlinguer votato da un italiano su tre, non esistono più. E noi, commossi, leviamo i calici al cielo. Giusto?

Giusto, caro Danubi. Giustissimo (però, anche lei: lo sa che il frusto, fritto e rifritto verbo «condividere» mi genera l’orticaria, ecchediamine! Non si potrebbe, almeno ogni tanto, variare un po’ il vocabolario? Che ne dice del vecchio, acconcio «dividere»? E di «spartire»?). Sì, sarà anche che i compagni sono in bolletta, sarà che un conto era il foraggio bolscevico, l’oro di Mosca (solo nell’87 e solo a Cossutta, 690mila dollari, con tanto di ricevuta) e un conto gli eurucci derivanti dalle malandrinate tangentare in salsa pugliese. Ma c’è dell’altro, caro Danubi: i «sinceri democratici» non hanno motivo per far festa. Non uno che sia uno. E allora perché mettere in piedi un ambaradam festaiolo alla Fortezza di Basso, con tanto di dibattito (oggi: confronto) e di sfrigolio di salamelle? Meglio starsene appartati a leccarsi le ferite. Magari fare come Boabdilla, del quale ho parlato l’altro ieri: cercarsi un’altura - che poi sarà chiamata «Puerto del suspiro del compañero» - e da lì piagnucolare per l’espugnata, la perduta roccaforte rossissima di Prato. I compagni sono in braghe di tela, caro Danubi, e non sanno più che pesci prendere. Hanno provato, questo è vero, ad acchiappare quella triglia di Ignazio Marino, ma abbiamo visto come è andata: è venuto fuori che l’apostolo della questione morale ci marciava con le note spese, manco fosse l’ultimo dei commessi viaggiatori. Si sono anche arrabattati per dare quel segno di discontinuità che dicono essere un balsamo miracoloso. Però poi si rassegnano a Ciccio Formaggio, Franceschini, e al fosco Bersani, che come paladini della continuità lasciano un po’ a desiderare. Intanto Veltroni se ne esce con una idea nuova di trinca e simbolicamente discontinua: lo stantio conflitto di interessi col quale la menano, i «sinceri democratici», da vent’anni. E infine, sempre per darsi una botta di nuovismo che tanto tira, ripiegano su Papi e sulle sue (notevoli) performances galanti. Cotti, ecco cosa sono i «sinceri democratici». Bolliti. E quando mai s’è visto festeggiare chi si prepara al funerale?

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