«I demoni» del Duemila sono refusi della storia

Dostoevskij era in Italia da qualche tempo, quando scoppiò in Russia il caso Nechaev. Sergej Nechaev, nichilista, fanatico del terrore, appena ventenne era emigrato in Svizzera per incontrare Bakunin e pubblicare Il catechismo del rivoluzionario. Appena tornato in Russia, nel 1869, era passato dalla teoria alla pratica, fondando un’organizzazione basata su «quintetti» autonomi. Quando incontrò l’opposizione interna di un membro dell’organizzazione, lo studente Ivan Ivanov, decise che era utile ucciderlo insieme a cinque seguaci. Nechaev emigrò di nuovo in Svizzera, gli altri terroristi furono catturati e processati. Dopo la condanna in contumacia, però, la neutrale Svizzera decise di restituire Nechaev alle galere russe. Il terrorista si tolse la vita una decina d’anni dopo, in prigione, nell’anniversario dell’omicidio di Ivanov. L’ex-galeotto Dostoevskij non poteva rimanere insensibile a una storia del genere e ricreò la vicenda nei Demoni, rielaborandola mediante un’interpretazione «metafisica», spirituale.
In Il correttore (Marcos y Marcos, pagg. 156, euro 14,50) Ricardo Menéndez Salmón racconta di un correttore di bozze spagnolo che sta concludendo il suo lavoro proprio sui Demoni di Dostoevskij quando riceve la notizia della strage alla stazione di Atocha: è l’11 marzo 2004. «Il racconto della cospirazione di Nechaev e la presenza del terrore contemporaneo suggeriva un accostamento seducente e nello stesso tempo abominevole», scrive il correttore, e questo non sembrerebbe il suo unico legame con la violenza della Russia, se è vero che il protagonista è stato chiamato Vladimir in omaggio alla Rivoluzione d’Ottobre. Di fronte ai 191 morti della strage di Atocha la vita di Vladimir e di sua moglie Zoe sembrano perdere significato. Tuttavia, mentre il mondo procede nel suo tran tran e la politica coltiva cinicamente i suoi obiettivi, Vladimir cerca di scendere nel profondo di quell’orrore, al contempo crollo delle certezze e invasione della paura generalizzata. Non è una discesa facile: in certe pagine il correttore è ancora limitato dai pregiudizi del qualunquismo contemporaneo («oggi ci raduniamo soltanto per i funerali degli impostori: re, pontefici, politici»), in altre rimpiange acriticamente il pantheon della «religione della politica» («Democrazia, giustizia, libertà. Tutte queste parole, in realtà tanto profonde che dovrebbero bruciare la lingua di chi le pronuncia senza rispetto, hanno perso il loro significato»).
Altrove, però, quasi prendendo Dostoevskij come guida, ci conduce nei meandri torbidi della colpa collettiva. «Anche Albert Camus era ossessionato da Stravrogin \, l’uomo che uccise Dio, che si prese gioco di una povera donna sola e un po’ tocca, che giacque con una bambina. E come avrebbe potuto non esserlo, se tutti noi, nel fondo della nostra anima siamo Stavrogin, viviamo prigionieri della fatalità che si annida nelle nostre paure, nelle nostre ribellioni, nei nostri demoni». Seguendo Dostoevskij, tuttavia, il correttore intravede l’uscita. «Fu l’orrore davanti al veleno che Nechaev aveva distillato nel cuore di certi uomini fanatici che spinse Fëdor Dostoevskij a scrivere I demoni, un romanzo straordinariamente cupo e nello stesso tempo straordinariamente luminoso». Menéndez Salmón non lo dice esplicitamente, forse ne prova solo nostalgia. Noi, invece, lo sappiamo: se I demoni con il loro orrore insensato alla fine non l’hanno vinta, se «è proprio perché è esistita Auschwitz che ha senso che i poeti scrivano poesia» è perché Dostoevskij confidava che l’uomo guarito, da cui sarebbero usciti i demoni, si sarebbe seduto, infine, ai piedi di Gesù.

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