Dopo La stella del mattino e I lupi nel bosco dell'eterno, il terzo episodio della nuova serie dell'autore di La mia battaglia è anche e soprattutto un libro sulla soglia. Ne Il terzo regno, la stella che incombe sul cielo scandinavo che ritroviamo dal primo episodio - non è un evento astronomico, ma il segnale che qualcosa si sta assottigliando tra questo mondo e un altro. Che cosa sia l'altro mondo, e forse anche che cosa sia questo, è una delle ambiguità che Karl Ove Knausgård lascia aleggiare sul lettore. Persino nel titolo gioachimita si destreggia con deliberata provocazione tra regno dello Spirito Santo e regno secolare: in norvegese Det tredje riket riecheggia il Terzo Reich e Knausgård, che in Min kamp aveva già sfidato quel tabù, qui ci riprova.
Ma veniamo alla trama: in Norvegia, da sei giorni, nessuno muore. L'impresario di pompe funebri Syvert rimane senza lavoro. Un paziente in stato vegetativo percepisce voci dall'aldilà. Tre musicisti black metal (genere che funge da transfert illuminato in questo libro) vengono assassinati con una ferocia che sembra eccedere le possibilità umane. Tra le voci dei nove narratori ce ne sono di più coinvolgenti di altre e tra queste alcune sono eredità dei precedenti romanzi: Line, diciannovenne puritana sedotta dal carisma oscuro del cantante Valdemar, personaggio chiave del romanzo, lettore dei volumi di Hitler e dell'architetto di Hitler, voce di culto per i seguaci del suo gruppo, che il leader invita a concerti segreti; Jarle, neuroscienziato che si interroga sul rapporto tra musica e rivelazione; Geir, poliziotto che si trova a sostenere davanti a una pastora l'esistenza concreta del demonio. Riguardo i personaggi che, negli episodi precedenti, tenevano la bocca chiusa e vivevano attraverso lo sguardo altrui, Knausgård restituisce la parola soprattutto a Tove (dietro cui a tratti pare celarsi l'autore), pittrice in bilico tra creatività e psicosi e moglie del professor Arne, che apriva e chiudeva il primo romanzo vista dagli occhi del marito. Qui parla lei, vittima e creatrice delle voci dei morti, capace di abitare il dolore con intelligenza feroce e non priva d'ironia: "L'inferno non è la psicosi", osserva nell'incipit introspettivo che risveglia nel lettore la nostalgia per il Knausgård di dieci anni fa. "L'inferno è uscire dalla psicosi".
Knausgård costruisce qui uno spazio liminare, un territorio sconosciuto che non è romanzo di genere, né realismo puro, ma un ibrido in cui i demoni possono essere reali o proiezioni psichiche: non è certo l'autore a sentirsi obbligato a scegliere. Quello che Knausgård non promette, e non offre, è una risoluzione teologica: non si esce da queste pagine né sicuri dell'esistenza del diavolo né con rinnovate certezze metafisiche, ma con il desiderio di recuperare la capacità di guardare verso quegli stati estremi psicosi, estasi collettiva di un concerto, confine tra vita e morte che la razionalità moderna ha imparato a neutralizzare attraverso categorizzazioni ("Io decategorizzo", afferma Tove).
La scrittura veloce e limpida, meticolosa nel registro del quotidiano, lascia filtrare poco alla volta la corrente di inquietudine che non si dissipa e non rivela, innestandovi soprannaturale e filosofia. Il finale lascia aperto quasi tutto, ma la sospensione non delude: incoraggia l'interpretazione come forma stessa di questo romanzo, forma profondamente onesta, tanto semplice quanto efficace.