I giovani avanguardisti del pop-fascismo

Centri sociali, rock e occupazioni: il lato meno conosciuto del movimentismo che la «destra istituzionale» snobba

Nel 2002 Diario lanciò l’allarme: a Roma ci sono sei occupazioni. La notizia: sono occupazioni di destra. L’annuncio, sottolineato dai preoccupati vagiti di Indymedia, è un micidiale cazzotto nello stomaco per Action e la rete dei centri sociali okkupati, il simbolo che segna, dagli anni Sessanta, il ritorno di un autentico bipolarismo tra le sottoculture antagoniste. Che non si esaurisce: l’anno dopo è Carta a dedicare un servizio al Foro 753, un’ex Casa del Fascio dietro il Colosseo, abbandonata al degrado e rimessa a nuovo, palestra, centro anziani, sala riunioni, feste per bambini, comitati di quartiere, dai militanti di una «destra sociale, radicale e comunitarista» che, scrive la rivista, intendono prendere le distanze dal «“legge e ordine” così caro alla destra». Dice una loro portavoce, Sveva: «Da noi vengono tutti. Anche i punk, persino i rasta. L’unica discriminante è la droga». Neoribelli, come la citazione di Beppe Niccolai appesa a una parete: «Ci vuole la forza della trasgressione che è in tutta la nostra storia».
Il Foro, occupato nel 2003, viene sgombrato nel giugno 2005, come primo atto della giunta regionale di Piero Marrazzo, con la scusa di «restituirlo ai cittadini». È passato un anno e i cittadini ancora aspettano. Pure i ragazzi del Foro: «Il Comune promette, attendiamo pazienti...» lamenta Marco Veloccia, uno dei dirigenti. «Trasgressione» è la parola chiave. Per immaginare una destra giovanile che occupa stabili per organizzare concerti o dare un tetto ai senza casa bisogna lavorare di fantasia e mettere in soffitta stereotipi consolidati, immaginette teo-con e posizioni reazionarie. La nuova frontiera della politica a destra sta proprio sul crinale delle «occupazioni non conformi» (Onc), delle «occupazioni a scopo abitativo» (Osa), e di tutto quello che succede dentro e attorno a queste esperienze, un’inedita forma di contagio che sta cambiando la pelle della destra radicale, dotandola degli strumenti per contendere ad armi - quasi - pari il consenso giovanile all’estrema sinistra, anche in quelle periferie metropolitane in cui, secondo un angosciato Marco Rizzo, «figli di proletari fanno il “saluto romano” perché lo vedono fare in curva alla domenica».
Nella capitale ci sono Casa Montag, un edificio sulla via Tiberina intitolato al protagonista dell’apocalittico Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dove l’anno scorso un concerto degli Hobbit e dei 270bis è stato in grado di radunare millecinquecento persone, e poi il circuito Casaditalia, un dedalo di sgomberi e rioccupazioni che resiste a Boccea (7 famiglie ospitate), al Torrino (18 famiglie), a Vigne nuove con la palestra Primo Carnera inaugurata di recente, per qualche mese presente anche ai Parioli, nel palazzo di via Lima divenuto poi famoso per questioni di compravendite al rialzo tra l’allora ras della Confcommercio Sergio Billè e la Magiste di Stefano Ricucci.
Dal dicembre 2003 resta in piedi Casapound, materia organica votata alla memoria del grande poeta dei «Cantos», curiosamente scrutata dalle telecamere di Sky con Controcorrente e di Italia 1 con Lucignolo. Si tratta di un edificio di architettura savoiarda in via Napoleone III, zona piazza Vittorio condivisa con insegne cinesi e odori di mercatini musulmani. La vista all’ultimo piano è fantastica: c’è tutta Roma, gli spicchi di Montemario, i castelli a ovest, la sagoma del cupolone di Santa Maria Maggiore. E difatti quassù i ragazzi di Casapound hanno organizzato anche il ricevimento di nozze per uno di loro: «Dovevi vedere le facce degli invitati...». All’ingresso ti accoglie un enorme murale con il gotha delle letture di questi pop-fascisti d’avanguardia: l’onnipresente Chuck Palahniuk di Fight club accanto al fiumanesimo anarchico di Gabriele D’Annunzio, Charles Bukowski e Berto Ricci, Jack Kerouac e Luigi Pirandello. Nelle stanze la sede di Popoli, una Onlus che opera in Afghanistan, i biglietti del Cutty Sark, il pub con Captain Harlock per effigie, per le scale una mostra per immagini, «Donne in azione», che miscela Louis Salomé, Tamara de Lempicka ed Evita Perón, nei sotterranei la sala di registrazione Bunker Noise, sacchetti di sabbia e reticolati all’ingresso dove si fanno prove di revolution rock.
Le prove di nuove occupazioni in onore dell’arte di Filippo Tommaso Marinetti, invece, sono andate a vuoto quattro volte, l’ultima solo il tempo d’organizzare una festa «rigorosamente in camicia nera» in un sottopasso zona Eur per abortire ancora una volta il progetto-Mafarka di fronte a una strana alleanza tra vigili urbani e ultrasinistra in assetto da combattimento. Resiste invece, ormai legalizzata, la polisportiva Fortitudo, nata nel 2000 con l’occupazione di un ex campo della Gioventù italiana del Littorio vicino a piazza Epiro. Murales coi legionari romani all’ingresso, una scuola calcio con 250 bambini, un pub e una squadra di calcio, la Luditur, che è arrivata fino alla Promozione: la nomea di squadra «fascista», conferma uno dei portavoce della polisportiva, Stefano Andrini, non le impedisce di essere seguita da centinaia di persone del quartiere.
Fuori la volontà di stupire, disorientare l’avversario con azioni di panico mediatico, come l’ormai celeberrima sortita situazionista dell’esposizione «stile Cattelan» in giro per Roma di manichini attaccati a semafori e lampioni, lo scorso gennaio, con cartelli contro il caro vita e per il mutuo sociale, la battaglia politica di bandiera per le Osa che ha destato la curiosità, dicono al Pirellone, persino di Roberto Formigoni. Jacopo Jacoboni ha ricordato che «tutta una tradizione della destra, s’è sempre assai cimentata con lo sberleffo, lo slogan, l’occupazione, la creazione, la satira, al limite persino il vilipendio, comunque e in una parola: l’irrisione a fini politico-sociali». Mai in questa guisa debordante e di grande appeal mediatico, tuttavia.
Il fenomeno occupazioni-neoribellismo, per ora quasi tutto romano, ha cercato di mettere radici altrove nei tentativi, per ora falliti, degli sgomberi lampo di Tivoli, Viterbo e Catania, e ancora prima nell’esperienza pilota di Venerdì 13 a Vicenza, addirittura nel 2000. Fenomeni di frontiera che, scrive su Liberazione Guido Caldiron, stanno trasformando la destra neoribelle in «una composita costruzione culturale (...) a metà strada tra i riferimenti allo stile oggi determinanti per capire le sottoculture giovanili e le forme più consuete della militanza politica». Pietrangelo Buttafuoco, intervenuto a Casapound, ha esclamato: «Qui si sta costruendo un nuovo immaginario politico». L’intuizione buttafuochiana ne contiene un’altra, il «rigetto del vittimismo di maniera, tanto caro ai fasci piagnoni» come annota Domenico Di Tullio nel suo documentatissimo Centri sociali di Destra, libro che è costato all’editore Alberto Castelvecchi un vero e proprio processo politico in loco (e una rassegna stampa a valanga) per aver spalancato le porte della legittimazione a Osa e Onc.
La destra istituzionale, denuncia Alessandro Cochi, uno dei pochi di Alleanza nazionale vicino a queste forme di movimentismo, «non vuole studiare il fenomeno giovanile nelle curve, nelle discoteche e nei centri sociali e così perde voti». Eppure, questi pop-fascisti hanno saputo rispondere da tempo alla domanda sibillina fatta piombare in un dibattito estivo da Andrea Del Mastro: «Dell’eredità ingombrante è rimasta l’eredità o l’ingombro?». Una chiave l’ha fornita Alessandra Mussolini al Matrix di Enrico Mentana: «Fascisti e comunisti danno l’idea di un tempo passato. Oggi ci sono i fasci e i compagni». Il radicalismo, da atteggiamento di chiusura alla modernità, si è finalmente sintonizzato sul tempo contemporaneo. La politica si incontra con le appartenenze di quartiere, i vecchi riferimenti culturali si legano alle mode generazionali secondo un’indicazione mutuata dai creativi del Dart: «Tutto ciò che ci assomiglia ci appartiene». Ciò consente intemerate di freeclimbing ideologico: neofuturisti e apocalittici, rockettari e cantautori celtici, ska e folk, eretici e tradizionalisti, anarchici e comunitaristi, manga e John Fante, apologeti dell’unità generazionale come la Comunità giovanile di Busto Arsizio o teorici del conflitto metropolitano e dello squadrismo grafico urbano. Del mussolinismo i pop-fascisti apprezzano gli aspetti di modernizzazione come la saga delle città di fondazione studiate da Giordano Bruno Guerri e Antonio Pennacchi o la nazionalizzazione delle masse.
Delle nuove tecnologie non si scarta nulla, i blog, la computer graphic, i forum on-line, i siti di informazione come Perimetro o Noreporter. Non si disdegna né l’attenzione per il look, legato a marchi come Namau o la londinese Three Stroke che sponsorizza raduni di lambrettisti e di mods (i motociclisti si radunano nel gruppo Omungus), né la penetrazione nel mondo ultrà, un’altra tendenza confermata dai rapporti del Sisde, dalla popolarità di Paolo Di Canio e dalla preoccupazione di Paolo Cento: «La sinistra ha avuto un atteggiamento snobistico verso lo sport, il calcio, le curve (...) per questo le curve sono diventate di destra ed è lo stesso meccanismo che ci ha portato a perdere voti nelle periferie delle grandi città».
(2. Continua)