I maestri dell’obiettivo arruolati contro l’Aids

TRAGUARDO Le immagini esposte raccontano la lotta condotta contro la terribile pandemia grazie ai finanziamenti del Global Fund

Si può strappare alla morte un malato senza l’aiuto di medicine? La risposta dovrebbe essere «no». Almeno per i laici che affidano alla ragione e alla scienza ogni umana speranza. Invero è stato sperimentato (e con successo) un metodo per aiutare chi soffre a uscire dalla propria condizione di tragico disagio. Basta entrare in questi giorni al Museo dell’Ara Pacis per rendersene conto.
Lo spazio museale ideato da Richard Meier ospita infatti fino al prossimo 18 ottobre la mostra «Ricominciare a vivere» dove vengono esposti oltre 400 scatti di otto fotografi della celebre agenzia Magnum di New York. Si tratta di immagini che documentano la lotta al morbo dell’Aids che - scoperto all’inizio degli anni Ottanta - continua a mietere migliaia di vittime ogni giorno in ogni parte del mondo. La mostra, curata da Yolanda Cuomo e da Bill Horigan dell’Ohio State University, raccoglie il lavoro di una nutrita squadra di fotografi della celebre agenzia newyorkese, fondata alla fine della seconda guerra mondiale da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Oltre gli italiani Alex Majoli e Paolo Pellegrin, sono stati arruolati nel progetto anche Jim Goldberg, Eli Reed, Steve McCurry, Larry Towell, Jonas Bendisken e Gilles Peress. Vale a dire alcuni dei più importanti fotoreporter a livello mondiale.
La mostra nasce da un progetto ideato nel 2007 da Global Fund insieme con Magnum Photos ed è stata realizzata dall’assessorato alle Politiche culturali del Comune di Roma insieme con la Sovrintendenza ai Beni Culturali e con Zètema Progetto Cultura. Ed è lo stesso presidente del Global Fund, Michel Kazatchkine, a spiegare il senso dell’operazione. «Due anni fa siamo andati dai responsabili della Magnum di New York e abbiamo proposto il lavoro di cui qui all’Ara Pacis si può vedere il bellissimo e toccante risultato. Abbiamo chiesto loro di documentare e raccontare il nostro lavoro in un arco temporale cospicuo in modo da poter testimoniare i successi e le tragedie legate a questa faticosa guerra alla pandemia dell’Aids». Ai fotoreporter coinvolti non è stato imposto alcun target e tanto meno sono state fatte censure. Tant’è vero che all’interno della mostra sono esposte le immagini che documentano sia i successi (alcuni anche insperati) sia le inevitabili tragedie. «Ricominciare a vivere - spiega il presidente del Global Fund, istituzione internazionale finalizzata alla raccolta di finanziamenti da destinare alla lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria - è qualcosa di più di una semplice mostra: è la prova tangibile che combattere l’Aids è possibile, grazie all’utilizzo dei farmaci anti retrovirali che offrono una concreta prospettiva di recupero di buone condizioni di vita».
Insomma la mostra serve soprattutto come testimonianza del lavoro fatto (oltre 3,5 milioni di persone di 140 Paesi sono oggi vive grazie al lavoro svolto con i finanziamenti raccolti dalla Global Fund) e come monito e strumento di sensibilizzazione per quanto si può e si deve fare per debellare le più resistenti pandemie che ancora attanagliano i Paesi in via di sviluppo di tutti i continenti (Europa compresa).
È ovvio che lo sguardo lucido, sensibile, carico di umanità, ma capace - a un tempo - di trasferire l’oggetto fotografato all’interno di un «quadro» altamente simbolico e struggente dei maestri dell’obiettivo, diviene lo strumento ideale per questa sorta di «campagna promozionale». Fra gli otto fotografi che sono andati in giro per il mondo a testimoniare la rivoluzione portata dall’utilizzo di farmaci anti retrovirali ci sono gli italiani Paolo Pellegrin e Alex Majoli.
«Abbiamo fotografato la vita che ritorna in persone come Kassi Keita (in Mali, ndr), tre anni, a cui è stato diagnosticato il virus dell’Hiv ma che è tornato a giocare grazie all’accesso ai farmaci. Questo lavoro straordinario è stato possibile anche grazie alla generosità di queste stesse persone che ci hanno permesso di entrare nel loro privato». «Non penso che le mie foto possano cambiare il mondo - commenta Majoli presenta un toccante reportage dalla Russia - , ma mi interessa molto mettere in circolo queste testimonianze, le chiamo anticorpi. Le foto poi assumono una vita propria, vanno a toccare gli altri. La trovo anche una forma di resistenza»

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