I pareri su inno e dialetto

2UNA DOMANDA
Perché tanto

attaccamento?
In quarta ginnasio (1960-61), la mia insegnante di lettere, che si sforzava di renderci partecipi ed entusiasti del primo centenario dell'unità d'Italia, ci confessava nel contempo e quasi vergognandosene, il suo imbarazzo profondo nei confronti dell'inno di Mameli. Un inno che lei considerava sguaiato dal punto di vista musicale ed assurdo per le parole che accompagnano quella musica da circo equestre di periferia. Un inno scelto in tutta fretta dai fondatori della Repubblica e mai ufficializzato, se non dall'uso: si potrebbe dire che l'inno di Mameli si sia appropriato delle italiche celebrazioni «per usucapione».
Ciò che non riesco a capire è il motivo di tanto attaccamento, proprio a quella che molti considerano l'espressione meno felice dell'italico orgoglio, specie da parte di illustri personaggi che per la loro storia politica non hanno certo mai amato l'Italia ed anzi fino pochi lustri or sono facevano di tutto per svenderla al nemico, scattando commossi sull'«attenti!» soltanto al suono dell'Internazionale. Oggi sembra quasi che, senza quella strimpellata magniloquente - quanto barocca nel testo che ormai è incomprensibile ai più - l'Italia rischi lo sfacelo. Per tutto il resto, si può strapazzare e svillaneggiare in ogni modo l'Italia e le sue istituzioni, ma guai a chi tocca l'inno di Mameli! Insomma, chi parla male dell'inno di Mameli, pare minacci implicitamente l'unità nazionale, offendendo la democrazia stessa e tutto ciò che di più sacro unisce le italiche genti! Per la verità, mettere in discussione l'adeguatezza musicale e le parole dell'inno di Mameli non significa essere contro la Patria, ma semplicemente esprimere una legittima opinione.
Personalmente, quando sento quell'inno, magari in successione a quelli di altri Paesi, mi sento un po' a disagio. L'unico che mi consola è l'inno francese che, quanto a solennità e compostezza, è soltanto appena meglio del nostro.
Non vogliamo darla vinta alla Lega (che in questo, come in molti altri casi, ha ragione da vendere, ma non si deve dire, perché quella è gente rozza), con una semplice legge? Allora si indica un referendum popolare sull'inno che gli italiani si vogliono dare. Oppure si lanci un concorso di idee, riservato (in barba agli assurdi vincoli europei) a musicisti e poeti rigorosamente italiani. Certo, abbiamo cose più importanti ed urgenti da affrontare, ma in passato abbiamo fatto vari referendum per argomenti molto meno comprensibili e popolari di questo.
- Stella
2L’OPINIONE
Il dialetto va difeso

parlandolo in famiglia
Caro dottor Lussana, si fa un grande parlare in questi giorni delle esternazioni di Bossi relative al dialetto. Al di là di giudizi politici e delle polemiche di parte, di cui già si abbonda, desidero fare qualche considerazione su questo argomento che mi è sempre stato molto a cuore e per il quale sto cercando di portare il mio piccolo contributo da qualche decennio.
A prescindere dal fatto che il dialetto va, a mio avviso, comunque difeso e diffuso, resto perplesso sul fatto di inserirlo come materia di studio a scuola. Questo perché il parlare in dialetto nasce soprattutto dall'ambiente in cui si vive, in primis la famiglia. Purtroppo sin dagli anni cinquanta del secolo scorso, pur parlandolo normalmente in casa, si riteneva che insegnare il dialetto ai bambini, avrebbe loro procurato gravi problemi nell'apprendimento della lingua italiana. Così ai nostri figli abbiamo insegnato a parlare italiano. Poi crescendo, se il ragazzo continuava a frequentare ambienti dove si parlava il dialetto, non è escluso che gradatamente lo abbia anch'egli assimilato, ma nella maggior parte dei casi «u nostru parlâ» è andato disperso.
Questo grave errore che abbiamo commesso noi della generazione nata nel dopoguerra, ha fatto sì che oggi siano sempre più pochi gli ambienti dove si sente parlare genovese e dove pertanto chiunque possa continuare a parlarlo. Io stesso, che lo parlo dalla nascita, mi accorgo che le opportunità per parlare in dialetto con qualcuno sono sempre meno, e diminuiranno sempre.
Tuttavia non si risolve il problema imponendo scolasticamente il suo apprendimento, perché il dialetto non è solo grammatica: il dialetto è storia, arte, lavoro, religione, cultura in genere. I nostri personaggi storici, i nomi dei nostri monumenti, gli attrezzi e le tecniche di lavoro, le tradizioni religiose, tutta la nostra cultura ligure sono essenziali per impararne il dialetto. Perciò è tutto questo che, ritengo, manca ai giovani; occorre avvicinarli alla cultura locale perché è da questa che sono nate le grandi culture. La cultura locale è fatta dalla vita di tutti i giorni degli uomini e delle donne, è un compendio di saggezza e di buon senso dove il parlare in dialetto è fondamentale. Se vivo in un paese ma non so nulla di chi mi ha preceduto nella vita di quel paese, come posso pretendere di programmarne il suo futuro, con il mio lavoro, con l'attività politica e sociale, con la vita associativa?
Comunque, se servono a smuovere le acque, a far nascere un dibattito, ben vengano le esternazioni di Bossi, perché le confesso che mi sento avvilito quando per televisione ascolto l'onnipresente romanesco, e sulla locale RAI 3 vedo la cultura locale trasformata e limitata alle sagre gastronomiche.
Pier Luigi Gardella
2AL SENATUR
Come dicono in Piemonte:

«Bossi fatti furbo!»
Vorrei citare una espressione tipica molto usata in Piemonte, che mi pare calzi a pennello nei confronti del «Senatur» a proposito dell’abolizione dell'Inno di Mameli: «fatti furbo». È completa perché racchiude a mio avviso altri commenti che da più parti si sono levati, come per esempio «è un colpo di sole estivo» od altro ancora.
Giuseppe Torazza
2TEMPI MODERNI
Non accaniamoci troppo

con il zeneize sui giovani
Egregio Dottor Lussana, alcuni giorni fa ero in palestra per temprarmi ed in attesa della disponibilità di un attrezzo parlavo in dialetto con un signore piuttosto anziano.
Lì vicino c’erano due ragazzi, 14/15 anni, i quali sorridevano ed alla mia domanda candidamente ammisero di ridere perché non capivano niente. Non erano stranieri perché residenti nello stesso paesino. Allora rivolsi loro la parola usando la lingua inglese e perfettamente mi capirono: ora io mi domando, ma è proprio il caso di insegnare il dialetto a codesti ragazzini che non lo parlano perché nessuno, a differenza di quello che usava ai miei tempi, lo usa più? E poi chi lo insegnerà? Non sarebbe meglio allora organizzare dei corsi di esperanto visto che stiamo andando verso la globalizzazione?
I nostri politicanti, non politici in questo caso, non potrebbero dedicarsi a fare qualcosa di utile anche se magari, faticoso? Cordiali saluti.
Silvio Camillo Repetto Gavi
2IL PARERE DEI SOCIALISTI
Imparare bene l’italiano

per godere di tutti i diritti
In questi giorni Umberto Bossi e la Lega stanno avendo visibilità grazie al lancio dello studio dei dialetti nella scuola italiana.
Sul tema si sono levate molte voci: ma cosa dicono i socialisti al proposito?
Si tratta di un tema, come tanti altri proposti dalla Lega, che non va demonizzato ma, anzi, capito e svolto. La proposta, così come letta sulla stampa, pare mal posta perché in questo paese, oggi, resta difficile proporre di tornare a dare priorità alle lingue locali in quanto, di fatto, l'uso di un italiano corretto e pienamente utilizzato su tutto il territorio italiano rimane ancora un’utopia dai tempi del sommo Dante.
In troppe regioni l'uso del dialetto è imposto dalla cultura locale, non solo per abitudine, ma per dimostrare una certa insofferenza popolare verso lo Stato italiano e quando in caso di migrazioni viene utilizzato per rimarcare la differenza «etnica».
Questo atteggiamento è una scelta rispettabile ma antistorica in quanto, al di là di quanto accadde dalla caduta di Napoleone sino alla morte del bandito Giuliano, non ha più senso di essere sostenuta perché, se questa bistrattata Italia oggi ha il ruolo internazionale che ha, grazie all'unità delle popolazioni di cultura italico latina si riesce ad avere un importante ruolo economico anche in assenza di materie prime e vasti territori.
Con coerenza con i nostri principi di Socialisti Riformisti, proprio per evitare grosse discriminazioni culturali, pensiamo sia indispensabile proporre di far sì che le nostre future generazioni, anche quelle nate da immigrati, abbiano una perfetta padronanza, scritta e orale, della lingua italiana perché è la base essenziale per avere veramente pari opportunità di partenza, nello studio e nel lavoro, e la capacità di far valere le proprie ragioni, proprio perché si è in grado di capire con esattezza quanto ci viene proposto o ancor più quanto scritto nelle norme e conseguentemente farsi capire correttamente.
Ad integrazione per avere future generazioni armonizzate e responsabili, è altresì indispensabile proporre che, già dai primi anni di scuola, una formazione di educazione civica e di storia della cultura italiana .
Un percorso diverso non sarà in grado di garantire a tutti gli italiani di avere la possibilità di pari opportunità ma anzi, permetterà di continuare ad esserci pesanti differenze che, oltre le ovvie discriminazioni socio/economiche, facilitano, o faciliteranno, il reclutamento di mano d'opera per la criminalità organizzata.
Piergiorgio Razeti
resp. Enti locali Liguria Socialisti italiani

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