I tanti volti di Marianna sono quelli della Storia

Che cosa resta dell'identità repubblicana francese nel confronto con fenomeni e istituzioni globali

Cinque anni fa la Francia, intesa come Stato, decise l'accorpamento dell'Institut d'histoire de la Révolution française all'interno del più ampio Institut che si occupava della storia moderna e contemporanea. Le motivazioni erano di carattere economico, razionalizzazione delle risorse e quindi riduzione dei centri di spesa, ma dietro in pratica una sorta di commissariamento finanziario di quello che negli ultimi settant'anni era stato considerato «il simbolo concreto e operativo della Francia repubblicana», chiamato proprio negli anni del suo ridimensionamento «a ribadire i propri valori di democraticità e di laicità nel quadro di una efferata minaccia alla loro esistenza», c'era qualcosa di più profondo e, per molti versi, di più inquietante di una semplice spending review. Il motivo vero, come spiega Antonino De Francesco (sono suoi i virgolettati precedenti) in Tutti i volti di Marianna (Donzelli, pagg. 397, euro 34) andava ricondotto a due ordini di motivi. Il primo aveva a che fare con «un discorso pubblico di sovra nazionalità, in cui, rilanciando al tavolo dell'Unione europea, si finiva per lasciare alle ali estreme dello schieramento politico, di destra come di sinistra, la difesa di un amor di patria che alla stessa classe dirigente suonava ormai sospetto». Il secondo era strettamente connesso ai «trionfi della globalizzazione», ovvero l'indicazione, «a una politica sempre più subalterna all'economia», di «quanto le vie delle nazionalità fossero ormai troppo anguste per chi volesse vivere da posizioni di forza il tempo dei nuovi mercati».

Detto in altri termini, l'identità repubblicana francese era chiamata a stemperarsi a petto di un'identità europea che avrebbe detto la sua in un mondo globalizzato. Peccato però che l'europeismo si sia rivelato inferiore alle attese: politicamente velleitario rispetto agli scenari geopolitici internazionali, economicamente in ritardo rispetto alle crisi economiche mondiali succedutesi a raffica, culturalmente deficitario rispetto ai sentimenti nazionali che avrebbe dovuto sostituire. Il risultato paradossale, e che l'attuale pandemia ha ulteriormente confermato, è quello che abbiamo sotto gli occhi, ovvero un continuo rifarsi al sentimento nazionale, il patriottismo che supererà ogni ostacolo, a cui però si aggiunge il corollario che «non ci si salva da soli», lo sventolare la necessità di una unanimità europea, che si scontra però con la volontà di alcuni singoli Stati di negarla proprio in virtù dei relativi «interessi nazionali», l'assenza di una Costituzione europea, ma il pretendere che le costituzioni nazionali si facciano in qualche modo da parte, il ribollire dei sentimenti popolari, il principio della nazionalità elettiva e quindi della democrazia del voto, del corpo elettorale, dei cittadini e dei parlamenti, derubricato a populismo, ai bassi istinti della populace nel suo ostinarsi a voler decidere sul proprio futuro, chi accogliere e chi escludere, quale economia scegliere, quali priorità sociali etcetera...

Tutti i volti di Marianna ha per sottotitolo «Una storia delle storie della Rivoluzione francese», ma raramente capita di trovare un libro così ricco di spunti e suggestioni rispetto non solo al fenomeno preso in esame, ma a ciò che esso ha significato per il Vecchio continente, per la sua appendice e/o escrescenza oltremanica, per il mondo nuovo oltreoceano che proprio in quella fine Settecento in cui in Francia l'89 teneva banco, aveva nemmeno un ventennio prima raggiunto la sua indipendenza e dato vita agli Stati Uniti d'America. Un significato la cui lettura può essere anche fatta in negativo, come è per esempio il caso della Spagna, assente nel dibattito storiografico in questione, nonostante o forse proprio a causa di una guerra civile novecentesca più nazionale che internazionale, più avente a che fare con il sangue e con il suolo che con gli immortali principi dell'89, liberté-égalité-fraternité, che pure, in quello stesso Novecento, avrebbero detto la loro nella Russia degli Zar e poi della rivoluzione bolscevica.

Proprio perché è «una storia delle storie» il libro di Antonino De Francesco è anche un'affascinante cavalcata nel mondo del revisionismo storico, dove a ogni salto di generazione cambiano i parametri interpretativi e dove più che di memoria condivisa si può parlare di memorie contrapposte che si fronteggiano e/o si danno il cambio, sopravvivendo come torrenti carsici che concorrono poi a sfociare in un unico fiume che nel tempo ne elimina le scorie, ma ne mantiene l'essenza che fa poi da limo di un'identità accettata perché riconosciuta come unica possibile, una comunità che comprende e supera le proprie diversità.

Tutti i volti di Marianna ha inoltre il merito di fare il punto sue due questioni essenziali. La prima riguarda il concetto stesso di rivoluzione, ovvero il prendere atto che prima dell'89 quel termine, nel suo senso politico, è del tutto sconosciuto, dal mondo antico e sino a Machiavelli, un fenomeno insomma che non ha precedenti, non ha passato, nella storia moderna. Ciò spiega anche lo slittamento progressivo operato fra l'instaurazione della libertà come direzione iniziale e il benessere del popolo come nuovo obiettivo, con tutti gli elementi salvifici che tale cambiamento comporta, un caricare quel termine di una valenza sempre e comunque positiva, nonostante i disastri che storicamente potrà produrre, l'idea del tradimento di ogni rivoluzione con cui si maschera il fallimento che è invece insito nella sua pretesa di portare sulla Terra un paradiso sociale di cui un «uomo nuovo» artificiale è l'utilizzatore finale.

La seconda questione, strettamente connessa, riguarda le cosiddette storiografie nazionali, le uniche, pur con tutti i loro difetti e le loro derive filosofiche, per esempio la necessità del pensiero politico e rivoluzionario, a fare da argine a ogni teorizzazione che non tenga conto della realtà effettuale delle cose: gli usi, i costumi, le forze in campo, lo stato dell'economia, delle leggi, delle religioni... Contro l'ipotesi suggestiva di una storia globale servono ancora a ricordarci che cosa siamo stati e chi siamo, e restano un punto di riferimento rispetto a ciò che vorremmo e/o dovremmo essere.

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