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Le illusioni del Partito d'azione che finì strumento dei comunisti

La componente liberale e quella socialista non trovarono mai un equilibrio: nonostante la fama, non lasciò in eredità nulla di buono

Le illusioni del Partito d'azione che finì strumento dei comunisti
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Si è svolto di recente a Torino un convegno su Giellismo e azionismo, in cui si è rievocata la vicenda del Partito d'azione, della sua crisi e del suo scioglimento nel 1946. Naturalmente, riflettere sulla storia italiana dopo il crollo del fascismo è sempre cosa utile, ma si ha l'impressione, dai temi al centro delle varie relazioni, che gli ottimi studiosi che hanno partecipato al convegno provassero una sorta di nostalgia per il Partito d'azione, e che considerino una perdita gravissima il suo fallimento: una nostalgia, a nostro avviso, del tutto ingiustificata.

Nel Partito d'azione, costituito nel 1943, erano confluiti il movimento di Giustizia e Libertà (fondato da Carlo Rosselli), esponenti del movimento liberal-socialista (Aldo Capitini e Guido Calogero), uomini provenienti dall'esperienza di Giovanni Amendola (Ugo La Malfa, Guido De Ruggiero), liberali come Luigi Salvatorelli e Adolfo Omodeo, e altri ancora di ispirazione gobettiana (Guido Dorso, Augusto Monti).

Più che di un partito, dunque, si trattava di una galassia formata da forze culturalmente e politicamente eterogenee, accomunate però dall'aspirazione ad aprire una fase nuova della vita sociale e politica italiana, che recidesse le radici del fascismo. A causa della diversa origine culturale e politica dei dirigenti del Partito d'azione, in esso si manifestò assai presto un dissidio, che doveva portare rapidamente al suo scioglimento. Il dissidio fu tra coloro che volevano costruire un partito socialista, con una marcata impostazione classista, e coloro che volevano costruire una partito di "democrazia avanzata", che fosse espressione di una borghesia aperta, cioè della borghesia più illuminata delle professioni nonché della piccola e media borghesia imprenditoriale.

Il maggiore esponente della prima tendenza fu Emilio Lussu, proveniente da Giustizia e Libertà: egli era convinto che la borghesia fosse una classe irrimediabilmente reazionaria, e che solo il proletariato potesse condurre una battaglia capace di distruggere le radici del fascismo.

Esponenti della seconda tendenza furono La Malfa, Riccardo Bauer e Rossi Doria. Per costoro, all'azione di profondo rinnovamento economico-sociale e istituzionale che il partito doveva condurre nel Paese avrebbero dovuto partecipare "col proletariato, coi contadini, tutti gli elementi produttivi della società", cioè i piccoli e medi imprenditori. La visione di La Malfa e dei suoi amici non era dunque classista, bensì interclassista.

Senonché, a veder bene, anche la posizione di La Malfa e dei suoi amici era insidiata da una contraddizione profonda fra un programma incentrato sul mercato, sui ceti medi e sulla piccola e media borghesia, e un programma di rinnovamento sociale e politico con evidenti connotati massimalistico-giacobini. La Malfa, infatti, era convinto che il Partito d'azione dovesse chiedere "la nazionalizzazione di tutti i grandi complessi finanziari, assicurativi e industriali" al fine di "recidere alle radici ogni potenza reazionaria del grande capitale". Di qui la prospettiva di una economia organizzata su due settori: "uno a gestione pubblica dei grandi complessi industriali, commerciali, finanziari, assicurativi e fondiari, l'altro a gestione libera individuale, cooperativa o altrimenti associata - nel quale si cimentino il rischio e lo spirito d'iniziativa personale".

Tutto questo programma, abbiamo detto, era minato da una contraddizione insanabile, poiché non sarebbe stato possibile, né da un punto di vista economico, né da un punto di vista politico, conservare una libera economia di mercato nazionalizzando i maggiori complessi produttivi, commerciali e finanziari. Da un punto di vista economico, il settore privato sarebbe stato assai presto strangolato dalla inefficienza, dal parassitismo, dallo spreco di risorse del vasto settore pubblico. Dal punto di vista politico, la realizzazione di un programma di questo tipo sarebbe stata possibile solo con la vittoria di un fronte composto da comunisti, socialisti e azionisti, e avrebbe comportato il soffocamento della democrazia liberale.

Il Partito d'azione, anche nelle sue componenti non socialiste, era quindi lacerato come osservò giustamente Benedetto Croce da una contraddizione fondamentale, risultante da "uno strano connubio" tra una professione di fede liberale e una riforma sociale totale, che avrebbe potuto realizzarsi solo con durissime misure coercitive, e con "l'indispensabile complemento di una fedele guardia della rivoluzione, che ben s'intende che cosa sarebbe

e quali altri complementi richiederebbe". Giudizio giustissimo, a nostro avviso, questo di Benedetto Croce sul Partito d'azione. Un partito che non ha lasciato in eredità, alla nostra cultura politica, nulla di positivo.

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