Inchini, baci e strette di mano: le etichette regali da Medioevo

Il regnante, il nobile, è come un’opera d’arte in un museo; o come la cristalleria in casa altrui quando si è bambini. Quindi, casomai vi capitasse di trovarvi nella stessa stanza con una testa coronata, rifatevi al buon vecchio monito materno: guardare ma non toccare. Perché a ben guardare, a dover trattare coi sangue blu, il rischio di fare la figura del cafone è talmente alto che optare per una stolida immobilità può essere di gran lunga la scelta migliore. Certo non farete una figura brillante, ma eviterete gaffe e imbarazzi.
Il discorso cambia per chi, per posizione, coi nobili del caso deve per forza averci a che fare. Qui entrano in gioco tradizioni, protocolli, cerimoniali, manuali di etichetta. Silvio Berlusconi ieri, toccando il braccio di Juan Carlos I di Borbone ha contravvenuto alla «prima regola» (anche se un real decreto spagnolo del 1987 non fissa in alcun modo i principi per il saluto della famiglia reale). Si consoli, è in buona compagnia. Quando la first lady americana Michelle Obama osò addirittura abbracciare la regina Elisabetta II (che peraltro ricambiò il gesto) oltremanica ci fu chi parlò di scandalo, e a poco valse a Hillary Clinton l’alibi delle buone intenzioni quando lo scorso aprile fu strigliata dalla stampa internazionale per aver scosso con troppa foga la mano dell’imperatore del Giappone Akihito. E pensare che la Clinton voleva solo esprimere solidarietà per il terremoto. Ma il divieto di toccare re e regine è tanto radicato quanto antico: risale all’incirca all’anno mille, quando in Europa nacque il mito dei «re taumaturghi», ovvero capaci di guarire malattie col semplice tocco. Da qui il valore del «tocco del re», qualcosa da ricevere per grazia, mica da prendersi di propria iniziativa.
Comunque sia il regnante, qualche volta, la mano la concede. In questo caso bisogna stringerla brevemente e delicatamente, assicurandosi prima che la propria non sia umidiccia, sfregandola discretamente sui pantaloni. È bene comunque verificare prima cosa preveda il cerimoniale della casa reale in questione. Gli inglesi per esempio sprizzano sorrisetti di ironica superiorità ogni volta che uno straniero si inchina (senza che questo sia richiesto) alla loro regina, cosa invece assolutamente obbligatoria per ogni suddito britannico.
Come del resto è obbligatorio - questa volta per tutti - non porgere mai le spalle ad un regnante, non osare fargli domande personali, non parlare ad alta voce in sua presenza (Berlusconi sconta ancora quel «Mister Obama!» lanciato a Buckingham Palace) e rivolgersi a lui esclusivamente con l’appellativo di «Vostra Maestà». Del resto subito dopo il «tocco» lo «sbaglio di nome» è l’errore più diffuso. Chiedete all’ex premier portoghese José Socrates quanto la stampa lusitana lo abbia bersagliato per essersi rivolto a Benedetto XVI, durante un colloquio ufficiale, con «sua eminenza» (titolo riservato ai cardinali) e non con «sua santità». A proposito dei Papa e vescovi: non è la mano che deve essere baciata, ma l’anello, a meno di non voler far passare l’alto prelato per un boss mafioso.
Comunque, per quanto sia difficile salutare un regnante, resta una passeggiata in confronto al partecipare ad un intero ricevimento con dei reali. A partire dall’abbigliamento. Lo sa bene la moglie del primo ministro inglese David Cameron, criticata dai tabloid per essersi presentata al matrimonio di William e Kate a capo scoperto, o David Beckham, che ha sfoggiato la decorazione di ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico sul bavero sbagliato della giacca.