C’è la foto, prima di tutto. E poi c’è tutto il resto, che quasi scompare. in uno scatto destinato a far discutere più delle parole, Ilaria Salis sorride accanto a Aleida Guevara. Una posa carica di simboli, di quelli che non passano mai inosservati. Perché non è una turista qualsiasi in visita all’Avana. È un’europarlamentare italiana, in missione umanitaria. E allora la domanda diventa inevitabile: era davvero il caso?
Già, perché il viaggio a Cuba nasce con tutt’altra premessa. "Stiamo partendo per Cuba per portare aiuti umanitari porteremo farmaci alla popolazione". Lo ha affermato l’esponente di Avs alla partenza della missione umanitaria internazionale European Convoy for Cuba: "Ma questa missione oltre ad avere uno scopo umanitario ha anche uno scopo politico ovvero quello di mettere i governi e l'Unione Europea davanti alle loro responsabilità questo embargo è stato considerato ripetutamente contrario al diritto internazionale da risoluzioni dell'Onu votate a larghissima maggioranza e quindi ci chiediamo come possano il governo italiano e l'Ue stare in silenzio".
Tutto chiaro, almeno sulla carta: farmaci, aiuti, denuncia politica. Poi però arriva la fotografia. Perché in quel selfie sorridente, con tanto di cuore rosso, l’agenda umanitaria sembra scivolare sullo sfondo. "Che emozione, con Aleida Guevara - compagna, dottoressa e figlia del Che". Un messaggio semplice, quasi ingenuo. Ma in politica – soprattutto quando si rappresenta un’istituzione – anche l’ingenuità ha un peso specifico.
Il punto non è solo chi sia Aleida Guevara, ma ciò che rappresenta il cognome che porta. Che Guevara non è una figura neutra: è mito, ideologia, storia controversa. Il razzismo e l’omofobia. Un simbolo che divide, ancora oggi. Non potrebbe essere diversamente. E allora lo scatto non è più uno scatto qualsiasi. Diventa un segnale. Voluto o meno. E qui entra in gioco la vecchia, dimenticata parola: opportunità. Quella che suggerisce che non tutto ciò che si può fare conviene farlo. Soprattutto quando ogni gesto viene amplificato, interpretato, politicizzato.
Non sorprende, infatti, che la rete abbia reagito. E senza troppi filtri: "Cerca bene magari trovi anche qualche nipotino del baffone", "Hai ricordato alla compagna i danni che il padre insieme a quei due fratelli imbecill* hanno fatto al paese?". Toni sopra le righe, certo. Ma sintomatici di un cortocircuito comunicativo. Perché mentre si parla di aiuti umanitari, l’attenzione finisce su quella immagine-simbolo.
E alla fine resta quella domanda, sospesa tra politica e buon senso: era proprio necessario? Non si poteva evitare? Oppure nel tentativo di raccontare una missione si è finiti per raccontare tutt’altro?