Una penna rossa in cella: solo così cambierà la legge

Cari pm, ora arrestate un giornalista di sinistra. È l'unico modo per convincere i politici ad abolire la norma liberticida

Una penna rossa in cella: solo così cambierà la legge

I lettori avranno notato che la nuova condanna al carcere di alcuni giornalisti non ha destato grande scalpore. Ne abbiamo parlato noi del Giornale e pochi altri. I grandi quotidiani hanno riportato la notizia come se si trattasse di un tamponamento sull'autostrada: routine. Nessun dibattito nei talk show televisivi, zero interrogazioni parlamentari. Il fatto che si stia facendo strame della libertà di stampa non scandalizza. Ormai usa così. L'abitudine alle cose orrende cancella lo sdegno, appiattisce in basso le emozioni e le commozioni, addormenta le coscienze.
Prevale la reazione tipica delle democrazie calpestate: chissenefrega. Cosicché a molti pare addirittura normale che il direttore di Panorama, Giorgio Mulè, abbia subìto una pena pesante per omesso controllo: 8 mesi di reclusione, senza condizionale in quanto recidivo. E normalissimo che Andrea Marcenaro e Riccardo Arena, autori degli articoli «criminali», abbiano avuto un castigo peggiore: un annetto dietro le sbarre. Attenzione. La sentenza di cui ci occupiamo è di primo grado, quindi non definitiva. Ci sarà l'appello e ci sarà pure la Cassazione. Può darsi che alla fine il giudizio venga modificato e sfoci persino in un'assoluzione. Intanto però i tre colleghi non vivranno sereni. È impossibile lavorare con profitto sapendo che tra un anno o due - dipende dalla velocità (o lentezza) della giustizia - potresti essere arrestato e sbattuto dentro.
Sul Corriere della Sera, ieri, l'avvocato (eccellente) Caterina Malavenda, esperta (...)

(...) in materia, ha steso un commento dicendo che comunque i tre reprobi difficilmente andranno in carcere: esistono pene alternative, per esempio l'affidamento ai servizi sociali e i cosiddetti domiciliari. Sai che consolazione. In fondo, perdere il posto di lavoro, lo stipendio e la dignità è il male minore, secondo un'interpretazione piuttosto superficiale dei rischi che corrono coloro i quali si dedicano all'informazione.
Rammento che dalla caduta del fascismo solamente tre colleghi su migliaia hanno patito una condanna penale. A parità di reati, tutti gli altri se la sono cavata con multe più o meno salate. Gli sfigati hanno un nome: Giovannino Guareschi, Lino Jannuzzi e Alessandro Sallusti, considerati di destra. Ai quali si aggiungono ora Mulè, Marcenaro e Arena, che fanno parte della redazione di Panorama, settimanale edito da Mondadori, azienda di proprietà della famiglia Berlusconi. Coincidenze insignificanti? Può darsi. Segnalo però una stranezza. I giornalisti di sinistra, che sono la maggioranza in Italia, e che spesso si sono spinti ben oltre i limiti considerati invalicabili dalla legge (o meglio, da chi la amministra con ampia discrezionalità), l'hanno sempre fatta franca. Evidentemente sono stati fortunati. Non oserei pensare che abbiano goduto di un privilegio derivante dalla loro posizione politica.
È un dato comunque che chi è di destra viene bastonato, chi invece è di sinistra (o passa per esserlo) viene accarezzato. Ecco perché mi permetto di rivolgere una preghiera alla magistratura. Sono quasi sicuro che le toghe, rosse o di altra tinta, siano imparziali e non si sognerebbero di discriminare gli imputati. Ci mancherebbe. Ciò che chiedo loro è anche di apparire vistosamente tali. Come? Condannando subito alla galera un paio di pennini rossi (o rosa) ovvero redattori o editorialisti che firmano sui quotidiani di peso, per esempio Repubblica, Corriere e Stampa. La mia (nostra) richiesta non è ispirata a sentimenti negativi nei loro confronti, ma funzionale al raggiungimento di un obbiettivo: la revisione della legge che disciplina malamente e arcaicamente ciò che attiene alla nostra professione e alla libertà di pensiero. Legge vecchia e inadeguata che, unanimemente, è ritenuta meritevole di essere riscritta sulla base delle esigenze maturate nel tempo.
Sottolineo. Il potere legislativo e il potere esecutivo, pur essendo d'accordo sulla necessità di mutare registro e di allinearsi in questo campo ai Paesi più evoluti, per esempio l'Inghilterra, traccheggiano e non combinano niente. Nei giorni di fuoco, durante i quali Sallusti era in procinto di essere arrestato (poi lo fu), il Parlamento - con 20 o 30 anni di ritardo - scoprì che le regole circa la diffamazione a mezzo stampa erano superate e cercò (per finta) di recuperare terreno. Era scontato, però, che i partiti avrebbero litigato su questioni di lana caprina. In effetti, fecero un buco nell'acqua. Anziché cancellare la prigione per i giornalisti, la confermarono.
Recentemente, il governo ha ripresentato la cosiddetta legge bavaglio tesa a stroncare l'abuso di intercettazioni. Iniziativa lodevole? Forse sì, nelle intenzioni. Ma in pratica essa prevede la galera per i giornalisti che diffondono conversazioni telefoniche. Dal che si evince che i politici, lungi dal volere eliminare le pene detentive per la categoria, aspirano a estenderle. Ma allora è un vizio. Per estirpare il quale supplico i magistrati di infliggere il supplizio del carcere a un paio di giornalisti progressisti, senza esitazioni. Soltanto in questo modo otterremo il risultato auspicato, cioè la mobilitazione degli onorevoli e dei senatori di sinistra (gli unici che contano) finalizzata a rivedere l'iniqua legge, risparmiando l'umiliazione della cella agli scribi.
La mia è una supplica, illustri magistrati, non una provocazione. Se mi fate la cortesia di blindare qualche mio collega chic, di quelli che fin qui avete trascurato, sono sicuro che le Camere si daranno immediatamente una mossa per rifare di sana pianta la legge obbrobrio in vigore e che voi applicate non per capriccio o faziosità, bensì perché c'è. Basta depennarla e sostituirla con quella inglese; un'operazione che comporta uno sforzo della durata di 10 minuti. Nel senso che è sufficiente prendere in blocco la normativa del Regno Unito, madre della democrazia e della libertà di stampa, e trasferirla nei nostri codici di Carlo Codega.
Insisto, signori giudici e signori della pubblica accusa: siate più ragionevoli dei politici e costringeteli ad esser assennati almeno per pochi minuti. Non è un'impresa ardua.

Commenti