Marina può essere l'erede del nuovo inizio

Ogni giorno le chiedono di entrare in politica. Lei continua a dire di "no". Forse perché sa scegliere i tempi giusti

Marina può essere l'erede del nuovo inizio

Lo sappiamo che non ne ha voglia però temiamo tocchi proprio a lei. Lo si è insinuato allo sfinimento: «Sarà Marina a prendere il posto di Berlusconi alla guida del partito» e lei lo ha negato un attimo prima di sfinirsi: una risposta ogni dieci provocazioni, com'è nel suo stile. Nelle vicende di suo padre, pubblicamente, è sempre entrata il meno possibile e nel migliore dei modi. Con una tempistica puntuale dettata forse dall'istinto ancor prima che dall'esaurimento della pazienza. Senza mai quelle accelerazioni del respiro che non fanno ragionare. La sua parola è sempre arrivata con la compostezza definitiva della battuta finale. Lo ha fatto per la sentenza sul Lodo Mondadori, lo ha fatto a proposito del processo Ruby, lo ha fatto in altre circostanze pubbliche e intimissime. Perché dicono che tra voi, tra lei e suo padre, Marina, passi qualcosa di un po' magico: lo spazio esatto che ci vuole per il confine di chi sa starsi accanto. Lei sa quando arrivare (come giovedì pomeriggio, a Palazzo Grazioli) e sa ancor meglio quando allontanarsi. Sembra che i rapporti si misurino sulla qualità dei silenzi. Sapete guardarvi da zitti, lei e lui. Per questo ogni volta che ha deciso di intervenire lo ha fatto solo ed esattamente quando serviva. Tanto che è diventato difficile capire se apprezzarla di più per la sua discrezione o per la sua pertinenza. E sempre, avere le parole, significa far succedere le cose. Malgrado il vociare su tutte le donne che circondano o hanno circondato suo padre, la prima alla quale viene immancabilmente da pensare è lei, Marina. «La» donna di suo padre, perché sono le fate silenziose a dare spessore. Quando giovedì è scesa dalla macchina nel cortile di Palazzo Grazioli, poco prima della lettura della sentenza del processo Mediaset, poco prima della condanna, è sembrato che tutto fosse comunque già più in ordine, più sopportabile. Perché lei suo padre non l'ha mai considerato nulla di diverso da un dono. Riuscendo persino a toglierlo dall'imbarazzo quando era lui a rischiare di mettercela.
Non si è mai abbandonata a quella tentazione lagnosa che spesso colpisce i figli come lei e che allora si disperano: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati». Non c'è mai stato né autocompiacimento né ribellione (che poi forse sono proprio la stessa cosa) nell'essere la figlia di un capobranco. Nemmeno oggi che il peso le arriva addosso davvero: perché è lei la sua arma di riscatto. Perché lui lo sa quanto vicino bisogna guardarsi per andare lontano.
E lei pure, Marina. Leggenda narra che quando, giovanissima, iniziò a lavorare nelle aziende di famiglia, uno dei suoi primi maestri (l'ex ad di Fininvest e Mondadori, Franco Tatò) davanti ai faldoni di carte con bilanci e tabulati che ogni giorno le sottoponevano, le disse: «Prima di tutto, vai a vedere l'ultimo rigo». Perciò lo sa anche lei, da allora Marina: in fondo, non ci sta affatto la fine.

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