Anti europea e vincente: la lezione per la destra

Marine Le Pen ha accantonato i rottami ideologici del padre, non ripudia i principi democratici ed espone programmi molto semplici, che intercettano gli interessi sia del proletariato sia del ceto medio

Marine Le Pen, leader del Front National
Marine Le Pen, leader del Front National

I sondaggi francesi danno Marine Le Pen al 24 per cento e i commentatori italiani si affannano a spiegarci i motivi di cotanto successo. Dobbiamo ammettere che alcuni di loro riescono ad avvicinarsi alla verità. Ma c'è un aspetto generalmente trascurato che, invece, se analizzato anche grossolanamente, aiuterebbe a capire: la consapevolezza del Front National che in politica non pagano più il razzismo esplicito e il fascismo becero. Roba vecchia, fastidiosa. Madame Le Pen ha accantonato i rottami ideologici del padre, non ripudia i principi democratici ed è addirittura moderata quando espone i propri programmi. Che sono molto semplici e intercettano gli interessi sia del proletariato (per usare un termine obsoleto, ma ancora valido) sia del cosiddetto ceto medio, ovvero gente a cui l'Europa non va a genio, perché l'Europa non c'è, è una funzione, uno scatolone pieno zeppo di carte burocratiche e di euro che finiscono nelle tasche di tutti tranne quelle dei lavoratori e dei pensionati.

Una decina di anni orsono, quando l'Ue si dotò della moneta unica, sia i francesi sia gli italiani (e gli austriaci e gli olandesi) avevano grandi aspettative. Erano convinti - forse per effetto della propaganda - di ricevere soltanto benefici dalla nuova organizzazione continentale. Pensavano all'euro come alla manna. Hanno creduto fermamente nella possibilità che l'Europa diventasse - fosse già - un'immensa patria dispensatrice di buoni affari. Trascorsi un paio d'anni, la fede europeista cominciò a vacillare, ma non crollò. La frana era arginata dall'ipotesi che Bruxelles sarebbe riuscita a creare un comune denominatore tra gli Stati membri. Ipotesi che si è rivelata infondata alla prova dei fatti, cosicché oggi, a distanza di oltre un decennio, un numero cospicuo di cittadini si è lasciato prendere dalla sfiducia e dallo scoramento. Percepisce che la Germania recita la parte del leone e non si illude che la musica possa cambiare. Di qui la ribellione, quantomeno la disillusione.
Qualsiasi movimento politico che cavalchi un sentimento negativo nei confronti della Ue, vissuta come una gabbia da cui fuggire il più presto possibile, ottiene consensi. Semplificando, uno slogan antiquato - stavamo meglio quando stavamo peggio - ha ripreso vigore perché sintetizza in modo efficace il pensiero della massa: sarebbe opportuno tornare agli Stati nazionali dove ciascuno comanda a casa propria.

Giusto o sbagliato? Non è questo il punto. Il problema è che nei momenti di crisi economica la gente non si rassegna a essere più povera e cerca un colpevole contro cui scagliarsi, attribuendogli la responsabilità delle sue disgrazie. Poiché quando ogni Paese aveva la propria moneta se la cavava egregiamente, mentre ora con l'euro fatica a rimanere a galla, ovvio che italiani, francesi, olandesi, austriaci eccetera rimpiangano i tempi andati, ai quali pertanto tendono a ritornare.
Marine Le Pen promette un passo indietro, vellica il nazionalismo mai completamente sopito degli elettori e guadagna voti su voti. Lo stesso fenomeno, in forma più contenuta, si verifica un po' ovunque ed è destinato a crescere, specialmente se i partiti ostili all'Europa usciranno allo scoperto e si struttureranno. Non è dato immaginare come andrà a finire, ma la sensazione è che l'egemonia degli europeisti verrà insidiata e non è escluso che sia a rischio.
D'altronde anche in Italia si è constatato che il M5S, nella fase in cui Beppe Grillo dava fiato alle trombe antieuro, ha avuto un picco di simpatie, tant'è che nello scorso febbraio ebbe alle urne un risultato sorprendente. Quei dati dimostrano che i grillini avevano imbroccato la ricetta giusta per sfondare. Poi, incomprensibilmente, una volta insediati in Parlamento hanno smesso di insistere sul tema moneta unica e sudditanza nei confronti della Ue, inseguendo altri obiettivi meno redditizi sul piano elettorale.

Lo stesso Silvio Berlusconi, in varie occasioni, manifestò insofferenza all'euro e ai suoi sostenitori. In simili circostanze il suo indice di gradimento nell'area di centrodestra salì parecchio, ma calò bruscamente fra coloro che, nonostante tutto, erano e sono persuasi che l'Europa sia una garanzia e non una iattura.
Da tutto ciò si evince comunque che se un partito, fra le decine fiorite nella penisola, si gettasse a capofitto nell'antieuropeismo, imitando la signora Le Pen, ne eguaglierebbe le performance.

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