Lega dimezzata: parte la fronda contro Maroni

Dopo il calo alle urne c'è chi sollecita il congresso. E Tosi lancia il partito dei sindaci

Lega dimezzata: parte la fronda contro Maroni

La Lega Nord è di nuovo in subbuglio. Il risultato delle urne pessimo, dimezzata anche nelle roccaforti del leghismo più duro, inchiodata sotto il dieci per cento quasi ovunque. Però c'è «molta soddisfazione per le vittorie a San Germano Vercellese e Caresana», assicura Roberto Cota. «La Lega Nord ha perso la metà dei consensi ricevuti alle politiche del 2013 e un terzo dei voti delle regionali 2010» calcola l'Istituto Cattaneo. Anche il confronto con le amministrative di cinque anni fa è un pugno in pancia. A Vicenza la Lega era al 15% e scende al 4,5, a Brescia si va dal 15 all'8, a Lodi (tre anni fa) passa da 16,5 al 9,7, e persino nel profondo nord di Treviso lo spadone di Alberto da Giussano si accorcia di sette punti. Quella volta fu eletto sindaco Gian Paolo Gobbo, ex segretario della Liga veneta, e che forse, da ex bossiano, non è poi così depresso per il flop della Lega maroniana: «Prendiamo atto del tracollo. È evidente che la Lega non è più il partito di riferimento in Veneto». La civica del candidato sceriffo Gentilini ha mantenuto il suo 20%, e il fenomeno è generalizzato. Anche altrove le civiche dei sindaci leghisti assorbono una bella fetta del voto che prima andava alla Lega. Significa che l'elettorato ancora fedele preferisce votare una lista leghista ma non il simbolo Lega nord, usurato da troppe storiacce e da vent'anni a Roma con scarso bottino per il nord.

Nemmeno un anno fa si sarebbe dato la colpa a Bossi, leader stanco e manovrato da cerchietti magici. Ma adesso, dove punta l'indice leghista? «È chiaro a tutti i militanti che Maroni non è in grado di gestire la segreteria - racconta un leghista di Via Bellerio -. Non è il suo mestiere e non vede l'ora di lasciarlo ad un altro. Bisogna accelerare il congresso federale. Bobo parla della prossima primavera. Ma siamo matti? Ci sono le elezioni, europee e amministrative, magari anche le politiche. Se non ci diamo una mossa prima, per quell'ora siamo belli che morti. Congresso in autunno». Già, ma per passare le redini a chi? I due nomi sono Tosi e Salvini, segretari nazionali in Lombardia e Veneto, successori a cui pensa lo stesso Maroni che li ha appena nominati nuovi vicesegretari federali. Ma la segreteria di Tosi in Veneto, con espulsioni a raffica e rappresaglie, sta spaccando il partito (il sindaco è accusato di posizioni troppo «filo italiane» e di giocare una partita personalistica), mentre Salvini è considerato un buon portavoce leghista a livello nazionale (in tv va quasi sempre lui), ma molti lo reputano troppo impulsivo per il ruolo di capo e organizzatore di tutta la Lega. Perciò torna in pista Giancarlo Giorgetti, il più diplomatico tra i dirigenti superstiti alle epurazioni.

Bossi è in fibrillazione. Il risentimento verso Maroni si nutre degli insuccessi della nuova Lega, nata sulle macerie (anche familiari, le più dolorose) della sua. L'ex segretario è andato a fare campagna elettorale in Veneto, a sostengo del candidato della piccola Albaredo d'Adige (poi andata male anche lì, battuti al primo turno), ma a Maroni si rimprovera di non aver messo piede in Veneto. Troppi impegni come governatore, per tenere anche la segreteria federale (che si riunisce dopodomani). Il guaio è che è il messaggio stesso della Lega che sembra appannato. «Il federalismo» è una bandiera logorata, «la secessione» non si usa più, la «macroregione del nord» è uno slogan che non scalda molto gli animi. «Il rischio drammatico è che usciamo dalla visuale dell'elettore, di non essere più un'opzione che prende in considerazione» ragiona amaramente un leghista. Ci mancava poi l'accusa, a Maroni, di essersi circondato di un nuovo «cerchio magico» (l'avvocato Ajello, la moglie nominata direttore dell'assessorato Infrastrutture della Regione). «La Lega paga, ma la svolta è nelle liste dei sindaci» dice Tosi. Che sia questa, una federazione di liste civiche, l'alba della Lega 3.0?

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