Le Camere litigano per scipparsi le riforme

Montecitorio vuole sottrarre la nuova legge elettorale a Palazzo Madama. Che ora cerca di stringere i tempi

Le Camere litigano per scipparsi le riforme

Roma - La Camera vuole scippare al Senato lo start up della nuova legge elettorale. Ufficialmente perché questa stagna da mesi a palazzo Madama, quindi tanto vale cambiare indirizzo. È vero, i pelandroni della commissione Affari costituzionali del Senato hanno proprio l'altro ieri creato un comitato ristretto incaricato di proporre entro gennaio un testo su cui lavorare; ma quello che per gli ottimisti è un passo in avanti, per i cinici è solo una furbata prenditempo. Ma la guerra istituzionale tra Palazzi nasconde manovre politiche fatidiche, che investono i rapporti della strana coppia Pd-Ncd e rischiano di mettere a repentaglio la tenuta del governo delle larghe-intese-ma-non-troppo, appena corroborato dallo sbianchettamento da parte della Consulta del Porcellum.
Camera o Senato purché si muovano, penseranno le anime belle. E invece no. Instradare la nuova legge elettorale a Palazzo Madama significa costringere il Pd e il centrosinistra a tener conto degli alfaniani, i cui voti lì sono fondamentali. A Montecitorio, invece, il centrosinistra ha la maggioranza dei deputati sub judice e quindi potrebbe disegnare il layout di una legge elettorale a suo uso e consumo. Magari il maggioritario con doppio turno di collegio che pare nelle grazie del futuro probabile segretario Pd, Matteo Renzi. Certo, poi ci sarebbe lo scoglio del Senato, ma il Pd sarebbe come il tennista con il vantaggio del servizio: dovrebbe solo evitare il break.
Lo scontro, sottotraccia da tempo, esplode col cadavere del Porcellum ancora caldo. Dopo l'ennesima gazzarra inscenata dai deputati del M5S, che lasciano l'aula per protesta contro il rifiuto del presidente Laura Boldrini di convocare la conferenza dei capigruppo, questa viene indetta e ne esce a sorpresa l'invito alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio a calendarizzare l'esame della nuova legge elettorale. Poi, un base all'articolo 78 del regolamento della Camera, se la sbroglino i presidenti di Camera e Senato. Poche ore dopo Laura Boldrini è già lì a mandare messaggini amorosi a Piero Grasso: «Ci incontreremo, è quello che ci chiedono i cittadini». A sua volta Grasso vede il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini. Un inciucio sinistro. Ma anche il Pd è spaccato: da un lato il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, cuperliano, che cinguetta con i renziani, in nome di una legge elettorale di rito montecitoriano; dall'altro l'apparato dem incarnato da Anna Finocchiaro che, da presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, sarà il primo cadavere che il new deal piddino dovrà scavalcare per traslocare la legge elettorale alla Camera.
E il Nuovo centrodestra? Sul pasticcio è disposto a far saltare il banco. «Il presidente del Senato è avvertito - minaccia il capogruppo degli alfaniani al Senato Maurizio Sacconi - Se dovesse piegare i propri comportamenti alle pretese di partito o di frazioni di partito verrebbe meno al suo ruolo istituzionale e le reazioni sarebbero proporzionate a un comportamento così grave». Fino al punto probabilmente da mettere in discussione l'appoggio di Ncd al governo. Il Pd ha i nervi scoperti: «Le inaccettabili minacce al presidente Grasso sono l'ennesima conferma che il partito di Alfano vuole lo stallo e cerca di bloccare qualsiasi riforma della legge elettorale», dicono tre deputati dem. Di cosa parliamo quando parliamo di alleanza?

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