Dal capo dello Stato nessuna dichiarazione ma si colpisce di nuovo la figura di D'Ambrosio

Roma Ma questi che vogliono fare, un processo allo Stato? C'è una barriera di «no comment», ci sono molti freddi sorrisi ma c'è anche parecchia amarezza sul Colle dopo la decisione della Corte d'Assise di «autorizzare la citazione» del presidente della Repubblica, insieme ad altri 177, come testimoni della scandalosa trattativa con la mafia. Certo, la scelta dei giudici sembra un atto dovuto e la legittimità non significa sancire che Re Giorgio deve andare alla sbarra a Palermo dire la sua. Però insomma, come spiegano nel palazzo, «la ferita si riapre». E qui a sanguinare non è tanto la posizione di Napolitano, che «non ha alcun motivo di inquietudine personale». Piuttosto, si vede nuovamente colpito il ricordo della figura di Loris D'Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale, ex collaboratore di Falcone e Borsellino, che con la storia delle intercettazioni è stato vittima, come disse all'epoca il capo dello Stato, di «una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose» e che poi morì d'infarto.
Di sicuro in aula non potrà tornare in pista la questione delle telefonate tra Napolitano e Mancino, l'ex ministro dell'Interno accusato di falsa testimonianza. Le bobine di quei colloqui, intercettati illegalmente dalla procura di Palermo, sono state distrutte un mese fa dopo un lungo braccio di ferro che si è protratto fino a un conflitto di poter davanti alla Consulta. Ma comunque l'idea di sentirsi chiamato a parlare dello «scriba» che non voleva «fungere da scudo per indicibili accordi», al presidente non deve aver fatto molto piacere. Da qui la decisione di non commentare gli ultimi sviluppi. Primo, perché al momento non c'è alcuna convocazione del capo dello Stato, ma soltanto la dichiarazione di legittimità di una richiesta di parte: la corte ha stabilito che i pm possono pure citate Napolitano (e Grasso, e Ciampi, e Amato, manca solo il Papa), però la loro richiesta potrebbe benissimo essere cestinata dai giudici. Secondo, proprio perché l'iniziativa della procura di Palermo può finire in un clamoroso flop, meglio aspettare in silenzio gli eventi e «relativizzare» il problema.
Tanto più che, agli occhi del Quirinale, i problemi del Paese sono ben altri. «Stiamo vivendo una crisi angosciante - dice Napolitano - che ci impone scelte veloci e efficaci e provvedimenti concreti per agganciare la ripresa economica». Altro che le campagne di certe procure, a preoccupare il Colle sono gli italiani che non arrivano alla fine del mese, o la macchina statale che si è inceppata. E infatti nel pomeriggio salgono al Quirinale i ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello e i presidenti delle commissioni Anna Finocchiaro e Francesco Paolo Sisto a parlare proprio di questo. «L'incontro - si legge nel comunicato finale - ha consentito di verificare la comune volontà di avviare senza indugio in Parlamento un processo di puntuali modifiche costituzionali relativi ad aspetti dell'ordinamento della Repubblica che richiedono di essere adeguati a un più efficace e lineare funzionamento dei poteri dello Stato».
Conclusione: la giustizia deve fare il suo corso e la trattativa eventuale con la mafia non può passare senza punizioni. Però, con il clima generale che c'è in Italia, veder alzare polveroni lascia «sbigottiti» e perplessi.

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