Presidente Emanuele Orsini, qual è oggi la priorità assoluta per l’industria italiana ed europea?
«La priorità è una sola: mantenere la manifattura in Europa ed evitare la deindustrializzazione. È questo il nodo vero. Poi tutto si declina in politica industriale, energia, burocrazia, competitività. Ma senza una visione chiara di dove vogliamo andare non riusciremo a costruire nulla».
E oggi questa visione c’è?
«Oggi vediamo un’Europa che troppo spesso fa l’arbitro con il fischietto in mano. Intorno, però, ci sono gli Stati Uniti con politiche industriali aggressive e la Cina che compete senza i nostri stessi vincoli sociali e ambientali. Se non reagiamo, perdiamo industria. E senza industria si perdono occupazione e welfare».
Sulla legge di Bilancio la Confindustria è partita criticando ma alla fine siete arrivati a un giudizio positivo. Che cosa è cambiato?
«È stato un percorso di mesi. All’inizio le risorse erano concentrate soprattutto sulla tenuta dei conti pubblici e mancavano investimenti per le imprese. Comprendo la scelta del ministro Giancarlo Giorgetti: presentarsi sui mercati con i conti in ordine è fondamentale. Ma con previsioni di crescita attorno allo 0,5% serviva uno stimolo».
E lo stimolo è arrivato?
«Da luglio a dicembre abbiamo lavorato con governo e opposizioni. Il risultato è una manovra che poggia su tre pilastri: incentivi agli investimenti, Zes unica e in un secondo momento le misure sull’energia. Anche per questo ci aspettiamo che il Pil possa crescere più delle stime iniziali».
Perché vi aspettate molto dal decreto sull’iperammortamento?
«Perché genera decisioni. Il decreto dovrebbe arrivare a inizio marzo. Molti imprenditori stanno aspettando con ansia: se so che tra due mesi arriva un incentivo rilevante, rinvio ogni investimento. È fisiologico. Quindi il rallentamento che stiamo registrando in queste settimane ha motivi logici. Quando partirà, sicuramente vedremo una nuova ondata di ordini».
Conta anche l’orizzonte temporale?
«Conta molto. La visione triennale dà stabilità. Le imprese hanno bisogno di programmazione, non di misure spot».
Quanto pesa la Zes unica nella vostra strategia?
«Moltissimo. Se cresce il Sud, cresce tutto il Paese. Quando un treno va veloce deve andare veloce tutto il convoglio, non solo una parte. La Zes funziona perché riduce la burocrazia e dà tempi certi. Quel modello di semplificazione, che ha contribuito a ridurre i divari territoriali, dovrebbe essere esteso a tutta l’Italia. Non è solo una questione di incentivi economici, ma di competitività amministrativa. Con circa 4,8 miliardi di crediti d’imposta stanziati con la Zes per il Mezzogiorno, abbiamo generato 28 miliardi di investimenti e creato 35mila nuovi posti di lavoro, soprattutto in aziende di dimensioni piccole e medie. E, considerando l’Iva al 22%, l’incasso per lo Stato è superiore a 6 miliardi, ossia più di quanto stanziato».
È solo una questione di incentivi?
«No. È competitività amministrativa. Quel modello di semplificazione andrebbe esteso a tutto il Paese».
Presidente, l’energia resta il grande nodo.
«È il primo costo per molte produzioni. Se l’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, dice a Bruno Vespa che investe in Spagna perché l’energia costa un terzo, fotografa la realtà. Ormai le imprese sono globali e anche l’Italia deve essere competitiva».
Il decreto Bollette varato dal governo basta per rimettere le cose in pari?
«È un primo passo importante, quasi storico, perché tiene insieme famiglie e imprese. Ma serve lavorare tutti assieme a un piano energetico industriale. È un tema che coinvolge tutti: governo, produttori e consumatori. Tra vent’anni nel nostro Paese consumeremo quasi il doppio dell’energia, tra elettrificazione e data center. Non possiamo ignorarlo».
Quale può essere il nuovo passo in avanti?
«Un mix di tutto quanto: rinnovabili, nuove tecnologie e sperimentazione sul nucleare di nuova generazione. Leonardo sta lavorando su tecnologie avanzate, Eni pure, sono progetti che vanno incentivati. E poi bisogna sbloccare le autorizzazioni per eolico e fotovoltaico: non possiamo lamentarci dei costi eccessivi e poi bloccare ogni impianto con argomenti ideologici. Serve responsabilità collettiva».
C’è poi la dimensione europea. Qui c’è ancora tanta confusione...
«Non è normale che l’energia costi in modo così diverso tra Paesi membri. Il punto è che non abbiamo un vero mercato unico. Chiunque può comprendere che per essere davvero competitivi l’Europa dovrebbe averlo su energia e capitali, oltre ad avere una difesa comune. Oggi l’unica cosa davvero unificata è solo la moneta, l’euro».
E poi c’è il tema degli Ets la cui applicazione si aggiunge ai già tanti ostacoli alla crescita.
«È un meccanismo che va visto. Non ha senso penalizzare chi produce rinnovabili con la tassa sulla CO₂. È un costo che ricade su imprese e cittadini e non rafforza la competitività. L’industria europea pesa per circa l’1,5% delle emissioni globali: non possiamo distruggerla per un impatto così limitato, mentre la Cina investe su gas e rinnovabili ma continua a usare senza risparmio fonti fossili, contribuendo in modo enorme all’inquinamento del pianeta».
Alcuni grandi gruppi tra quelli che producono energia criticano le misure adottate dal governo. C’è chi ha anche minacciato di lasciare Confindustria per «l’atteggiamento punitivo» nei loro confronti, così dicono contenuto nel decreto Bollette. Teme fratture?
«Io credo nell’unità. Chi produce energia deve fare profitto, è naturale. Ma oggi c’è un interesse nazionale: garantire prezzi sostenibili per tutti, per il Paese. Servono regole che permettano investimenti e costi più bassi. Se collaboriamo, vinciamo, se ci dividiamo perdiamo tutti».
L’Italia vive di export. Ormai si è capito che gli accordi commerciali a livello globale restano centrali. Non potevamo pensarci prima?
«Assolutamente sì. Ma è importante che si è partiti. Non possiamo perdere opportunità come il Mercosur, 700 milioni di consumatori e 14 miliardi di mercato, due terzi di una finanziaria. E tuttavia servono regole di reciprocità. Non possiamo importare prodotti con standard inferiori a quelli che escono dalle nostre aziende».
E i dazi americani?
«La confusione è grande, ma invito alla cautela. In fondo la media mondiale delle tariffe è intorno al 12%. Non a caso il Made in Italy ha continuato a vendere. Il vero tema è il cambio euro-dollaro: con una moneta troppo forte perdiamo competitività rispetto a Paesi come il Giappone».
Per non parlare del problema con la Cina...
«Indubbiamente abbiamo un problema. Basti dire che nel 2025 l’Italia ha registrato un saldo commerciale positivo di 34 miliardi con gli Stati Uniti e negativo per 46 miliardi con la Cina, peraltro in aumento. C’è evidentemente qualcosa che non funziona. La concorrenza deve essere leale: stesse regole sociali e ambientali».
Il governatore Fabio Panetta dice che non si cresce solo con l’export.
«Ha ragione. Serve un mercato interno forte. La produzione industriale oggi è frenata anche dall’attesa degli incentivi. Quando partiranno, vedremo una ripresa».
E il ruolo dello Stato?
«Strumenti come i contratti di sviluppo possono essere una buona soluzione se viene migliorata la regola della misura degli incentivi: ogni euro pubblico attiva investimenti privati molto superiori. È un meccanismo win-win».
Vi si accusa di rappresentare soprattutto le grandi imprese.
«Non è così. Le grandi aprono mercati e sono fondamentali, ma il Paese vive anche di piccole e medie imprese. E le grandi non sono nate grandi: sono cresciute. Il nostro obiettivo è far crescere le piccole e medie. I risultati della Zes lo dimostrano».
Piano casa e salari: emergenze sociali.
«Sul piano casa la sfida è enorme. Entro il 2040 avremo 5 milioni di lavoratori in meno. Dobbiamo attrarre competenze anche dall’estero e offrire abitazioni accessibili: l’affitto non può superare il 25-30% dello stipendio».
E i salari?
«Il dialogo con i sindacati è costruttivo: Confindustria ha firmato il 94% dei rinnovi contrattuali. Ma i salari crescono con la produttività, cioè con investimenti, infrastrutture e innovazione. Non per decreto».
Il rapporto con la Germania resta decisivo?
«Sì. Il 52% del nostro export va in Europa. L’asse industriale con Berlino è fondamentale. E il dialogo tra Confindustria e la Bdi tedesca è forte. È importante che la Germania non delocalizzi la propria industria di base in Cina, perché indebolirebbe l’intero continente».
Eurobond e mercato dei capitali: c’è chi ritiene che sia prematuro partire prima di avere fissato delle regole. La sua opinione?
«Se non si comincia non si arriva. Sono quarant’anni che se ne parla. È ora di partire. Con una moneta forte possiamo attrarre capitali globali, ma servono il mercato unico dei capitali e strumenti come il debito comune. È tempo di agire».
In conclusione, qual è il messaggio alla politica?
«Una parola: competitività.