Confessione di un bevitore inglese: i vostri bar sono meglio dei nostri pub

Ho 54 anni e sono inglese e vi devo confessare una cosa: nella mia vita ho passato più tempo al bar che in casa, figuriamoci in un ufficio

Confessione di un bevitore inglese: i vostri bar sono meglio dei nostri pub

Ho 54 anni e sono inglese e vi devo confessare una cosa: nella mia vita ho passato più tempo al bar che in casa, figuriamoci in un ufficio. Sto scrivendo questo articolo, ad esempio, in un bar. Come si può immaginare: con le donne non sono andato mai molto d'accordo. La spiegazione per il mio modo particolare di vivere è semplice: per praticare il mio mestiere da scrittore-giornalista mi bastano un computer e un telefono, un po' di atmosfera e di vita, e un po' di benzina - ovvero - alcol.

Ecco perché non potrei vivere più in Inghilterra perché nel mio paese natale che ho lasciato nel 1998 per venire n Italia non potrei più lavorare in un pub. George Orwell scrisse già nel 1946 poco prima di morire un saggio in cui parlava del suo pub perfetto, «The Moon Under Water», che possedeva 10 attribuiti essenziali (fra questi: niente musica o radio, birra servita in calici di ceramica ed a temperatura ambientale, fuochi aperti nei cammini, e bariste materne), per concludere: «Non esiste nessun locale chiamato “The Moon Under Water”». Ormai, i pub inglesi non sono più pub ma incubi aria-condizionati senza anima grazie a tutti i divieti moderni applicati dallo Stato in nome dei diritti di minoranze di ogni colore, come le donne e i disabili, e anche of course in nome della salute e della sicurezza.

Meglio un bar italiano a questo punto per due motivi: (1) fa più caldo in Italia e perciò si può stare fuori dall'aprile all'ottobre (io faccio tutto l'anno fuori anche quando piove di rotta o nevica), e lì fuori lo Stato ha meno possibilità di rompere le palle a tutti quanti: (2) l'italiano medio è più disposto dell'inglese medio a dribblare o violare una legge folle. C'è da dire pèrò … Abito nella rossa Romagna. Quindi, faccio fatica trovare un bar che non sia infestato da insetti fastidiosi. Mi riferisco, of course, ai comunisti e i loro tanti derivati repellenti (ultimamente, siamo stati invasi da una sotto-specie peggio non solo dalla solita zanzara ma persino del papataccio e del tafano, cioè, il grillino). In qualsiasi bar, da queste parti, loro - i comunisti ex e non - ci sono.

Anzi. Più fighetto il bar, più comunista lo è. Sei masochista, mi dicono, ed io replico: no, sono sado-masochista. Voglio dire: un bravo giornalista, come un poeta o un guerriero, deve avere una conoscenza approfondita della sua materia prima. Il mio bar ideale sarebbe un locale chiamato «Il Santo Graal» dove fra l'altro si può fumare dentro. Ormai, noi fumatori siamo condannati ad essere gli ebrei dei luoghi pubblici. Ci manca solo la stella gialla. Sarebbe un bar dove non c'è musica di nessun tipo e dove tutto ciò che va di moda viene disprezzato e dove gli unici cocktail serviti sono Margherita, Gin Sling, e Pimms No. 1, e dove il barista non è invadente e il padrone non fa il fenomeno, ma dove - nonostante tutto ciò - ci sono alcune donne decenti non necessariamente disponibili, e tanti uomini che non siano pappagalli umani perché spiriti liberi.

Ho trovato un bar così in Spagna una volta, a Vigo, il famoso porto della Galicia, al centro di tante «guerre» tra pescatori francesi inglesi e spagnoli. Si chiamava «El Bar De Las Salmas Perdutas» e lì dentro ho incontrato un pescatore spagnolo che dopo la terza bottiglia di Rioja si sbottonava e mi confessava poi i suoi peccati. Si chiamava Gesù.