"Così ho messo le mani sulla lista di Bergoglio"

È più lunga della Schindler's list. "Però i superstiti salvati da Francesco non parlavano: ho temuto che il Papa avesse gli scheletri nell'armadio"

L'ombra del dubbio che a 55 anni dalla morte ancora offusca la figura di Papa Pacelli rischiava di allungarsi anche su Papa Bergoglio. Pio XII è accusato di aver taciuto sull'Olocausto, di non aver mosso un dito per fermare lo sterminio degli ebrei durante il nazismo. Francesco è sospettato d'essere rimasto spettatore quiescente durante gli anni della dittatura militare argentina del generale Jorge Videla, che tra il 1976 e il 1983 inghiottì nel nulla 30.000 desaparecidos, soppresse con torture ed esecuzioni sommarie 19.000 detenuti, strappò alle madri condannate a morte 500 figli appena partoriti per darli in adozione a militari che non potevano averne, portò all'arresto di 50.000 attivisti politici, costrinse all'esilio 2 milioni di oppositori. Fin dal 14 marzo, all'indomani della sua ascesa al soglio di Pietro, le insinuazioni sulla presunta ignavia di Jorge Mario Bergoglio, eletto superiore dei gesuiti d'Argentina tre anni prima del golpe, furono rilanciate dal New York Times, da Página 12 di Buenos Aires, dal Fatto Quotidiano e riassunte in prima pagina dal Manifesto con l'irridente titolone «Non è Francesco», una canzonatura sulle note del brano di Lucio Battisti.

Per sua fortuna, l'attuale pontefice ha ora trovato un gagliardo difensore d'ufficio in un giovane giornalista. No, non di Repubblica, che pure ultimamente sembra aver sostituito L'Osservatore Romano nel ruolo di organo ufficioso della Santa Sede. Di Avvenire. Si chiama Nello Scavo, è nato a Catania nel 1972, abita a Como con moglie e figlio e, benché abbia come editore la Conferenza episcopale italiana, in Vaticano ha trovato solo porte sbarrate: «Nessun riscontro, nessuna dritta». Forte dell'esperienza di cronista giudiziario che agli esordi si occupava di mafia («per La Sicilia scrivevo sul clan Santapaola: tre omicidi a settimana, 10.000 lire a pezzo»), il redattore del quotidiano cattolico ha onorato il proprio cognome, scavando in profondità come aveva fatto con i reportage sul Kosovo in guerra, sull'ex Urss, su Cuba.

Le indagini, cominciate la sera stessa in cui Papa Francesco si affacciò per la prima volta alla Loggia delle benedizioni, hanno comportato una trasferta a Buenos Aires. «Ma all'inizio nessuno, a partire dall'entourage tutt'altro che ristretto degli amici fidati del Santo Padre, ha voluto indicarmi la pista giusta. Né il nipote, il gesuita José Luis Narvaja. Né Alicia Oliveira, magistrata che fu protetta da Bergoglio. Né padre Juan Carlos Scannone, il massimo teologo argentino, scampato alla persecuzione. “Spiacente, scopra da solo come andò questa storia”, cercavano di sviarmi. Come se avessero tutti qualcosa da nascondere». Alla fine, sulla base delle testimonianze inoppugnabili raccolte grazie alla sua pertinacia, Scavo ha dovuto concludere che Papa Francesco salvò in silenzio molte più vite di quelle che i suoi detrattori gli rinfacciano ingiustamente di non aver difeso.
Nomi e cognomi che il giornalista siciliano andava appuntandosi sul taccuino hanno formato qualcosa di molto simile alla Schindler's list portata sullo schermo dal regista Steven Spielberg. E infatti La lista di Bergoglio è il titolo che Scavo ha voluto dare a un saggio-inchiesta, mandato in libreria dalla Emi martedì scorso con una prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace. Agenti letterari di tutto il mondo stanno facendo la fila per averlo dalla casa editrice di Bologna: a ieri, risultavano già venduti i diritti delle edizioni in inglese, francese, spagnolo, portoghese, ungherese e croato per 30 Paesi. E già si parla di un film. Pressato dai colleghi ingolositi dal suo scoop, Scavo è stato costretto a indire due conferenze stampa: domani a Roma e martedì a Milano.

La lista di Bergoglio comprende almeno un centinaio di nomi, ma appare largamente incompleta. «Ne ho rintracciati parecchi e ognuno di loro mi ha rivelato d'essere a conoscenza del salvataggio di altre 20-30 persone. Per scrupolo professionale ho deciso di omettere i racconti di quelli che non volevano apparire con le loro generalità», spiega l'autore del libro. Insomma, saremmo ben oltre il numero di superstiti del lager di Plaszów, 1.200, annotato dal contabile ebreo Itzhak Stern e scolpito nel 1974 sulla tomba dell'imprenditore tedesco Oskar Schindler nel cimitero cristiano Monte Sion di Gerusalemme.

Ma allora perché questa cortina di silenzio impenetrabile fino a oggi?
«È la domanda che ho girato all'ottantunenne teologo gesuita Scannone sotto forma di ipotesi: forse le persone salvate dal Papa hanno sempre taciuto per non dare l'impressione che Bergoglio tentasse di manipolare a proprio favore i fatti risalenti agli anni della dittatura? La risposta è stata un monosillabo: “Sì”. Non penso a un ordine del pontefice, quanto piuttosto a un tacito accordo fra di loro. Confesso d'aver temuto che il Papa avesse qualche scheletro nell'armadio».

Invece non ce l'ha.
«No. A tagliare la testa al toro è un memorandum segreto di Amnesty international che detta ai dirigenti la linea da adottare, nei rapporti con i mass media, a proposito di Francesco. È stato protocollato nella sede centrale di New York. Me l'ha passato una fonte che non posso citare. Vi si legge: “Non abbiamo traccia nei nostri archivi di alcun coinvolgimento dell'ex arcivescovo di Buenos Aires”».

Com'è arrivato alla Bergoglio's list?
«La pulce nell'orecchio me l'ha messa Horacio Verbitsky, il più accanito accusatore di Papa Francesco, con i suoi articoli usciti in Italia sul Fatto Quotidiano. È il giornalista, ex militante nel movimento Montonero, che ha scoperto i “voli della morte”: centinaia di oppositori del regime gettati nell'Atlantico, con mani e piedi legati, dagli aerei militari. Ha scritto che Bergoglio “è un attore”. Mi sono chiesto: e se il conclave avesse eletto l'uomo sbagliato? Invece anche Verbitsky poi s'è dovuto ricredere».

Su che cosa basava le accuse?
«Sulle testimonianze dei padri Franz Jalics e Orlando Yorio, che furono il direttore spirituale e il professore di teologia del giovane Bergoglio. I torturatori avevano fatto credere ai due che a denunciarli era stato proprio il loro ex allievo. “Una canagliata”, secondo Julio Strassera, procuratore nel processo contro la giunta militare. La verità è che il futuro pontefice si recò due volte da Videla per chiederne la liberazione. Siccome non aveva modo di farsi ricevere, convinse un confratello che celebrava la messa nella residenza del dittatore a darsi malato e prese il suo posto. Dal colloquio con Videla capì che Jalics e Yorio erano rinchiusi nelle prigioni della Marina. Per cui Bergoglio affrontò altri due incontri con l'irascibile ammiraglio Emilio Massera. Il secondo fu brevissimo. Lo ha rievocato nel 2010 lo stesso Bergoglio, quando come persona informata sui fatti fu interrogato dalla corte che giudicava i responsabili dei crimini commessi nell'Escuela superior de mecánica de la Armada, la scuola degli ufficiali della Marina militare, il peggior centro di detenzione e tortura: “Gli dissi: ‘Guardi, Massera, io li voglio indietro vivi'. Mi alzai e me ne andai”. La notte successiva i due gesuiti vennero narcotizzati e scaricati, intontiti ma salvi, in mezzo a una palude. Yorio morì nel 2000. Jalics sei anni dopo volle celebrare una messa con Bergoglio e abbracciarlo pubblicamente per porre fine alle calunnie».

Ne sono circolate parecchie.
«Subito dopo l'“habemus Papam” il regista americano Michael Moore ha postato su Twitter una foto in cui si vede un anziano sacerdote dai capelli bianchi, spacciato per Bergoglio, ripreso di spalle mentre dà la comunione al generale Videla. L'immagine era tagliata ai lati per rendere irriconoscibile il celebrante. Ho recuperato l'originale negli archivi dell'agenzia Corbis: la didascalia reca la data 20 dicembre 1990. All'epoca il Papa aveva 54 anni e i capelli neri. Un falso. Ha dovuto ammetterlo anche Moore».

Come faceva il superiore dei gesuiti a salvare i ricercati?
«All'insaputa dei confratelli, li nascondeva nel Colegio Máximo di San Miguel, a circa 30 chilometri dalla capitale. Li spacciava per aspiranti seminaristi o per fedeli in ritiro spirituale. Dopodiché li portava al Nord e li faceva entrare clandestinamente in Brasile nei pressi delle cascate di Foz do Iguaçu. Il primo salvataggio fu rocambolesco. È l'unico che nel libro ho coperto con l'anonimato».

Perché?
«Perché il sopravvissuto, che oggi vive a Roma, ha lavorato nella segreteria di Stato vaticana. È un sosia del Papa. Il suo salvatore agì d'impulso: profittando della somiglianza, non esitò a consegnargli il proprio passaporto e a vestirlo da prete. Il ricercato arrivò da Iguaçu a San Paolo del Brasile spacciandosi per Bergoglio. Non che il superiore dei gesuiti sia stato negli altri casi molto più prudente».

Vale a dire?
«Accompagnò alla scaletta dell'aereo l'uruguaiano Gonzalo Mosca, che oggi è un sindacalista molto noto, attraversando con la propria auto una Buenos Aires zeppa di posti di blocco, incurante del fatto che l'uomo fosse ricercato sia dalla polizia del suo Paese che da quella argentina. Allora i controlli agli imbarchi non erano come quelli odierni e la presenza di un prelato valse come lasciapassare. Vuole un altro esempio?».

E me lo chiede?
«Alicia Oliveira, avvocata, attivista per i diritti umani. Prima donna nominata giudice penale in Argentina nel 1973, licenziata dalla giunta militare. Avendo tre figli piccoli, non poté riparare all'estero perché non voleva separarsi da loro. Bergoglio le trovava ogni notte un nascondiglio sicuro e poi, due volte a settimana, andava a prelevarla e la portava nel Colegio Máximo, affinché potesse riabbracciare i suoi bambini che erano stati ammessi a frequentarlo. La Oliveira mi ha detto: “Non deve certo spiegare a me chi è Jorge Bergoglio. Ha fatto espatriare tanti perseguitati, mettendo a repentaglio la sua vita”».

Eppure la prefazione di Adolfo Pérez Esquivel è tutt'altro che assolutoria nei confronti di Bergoglio: «Non partecipò, allora, alla lotta in difesa dei diritti umani contro la dittatura militare».
«Colui che diventerà Papa Francesco si comportò come Pio XII. Per poter salvare molte vite, non doveva esporsi. A chi sarebbe servito un paladino dei diritti umani incarcerato oppure morto? Fra l'altro Bergoglio all'epoca era un illustre sconosciuto, una sua denuncia pubblica non avrebbe fatto né caldo né freddo ai golpisti. E non dimentichiamo che il regime assassinò una trentina fra vescovi, preti e suore e fece sparire centinaia di catechisti reputati “comunisti”».

L'ergastolo inflitto nel 2007 a padre Christian Von Wernich, ex cappellano della polizia di Buenos Aires, per il ruolo avuto in 7 omicidi, 42 sparizioni e 31 casi di tortura, dimostra che la Chiesa argentina si macchiò di colpe enormi.
«Sì. Nel libro ricordo la triste figura di Antonio José Plaza, arcivescovo di La Plata. Il quale, ricevuto in Vaticano il 20 gennaio 1977, si sentì chiedere da Paolo VI: “È vero che nel suo Paese stanno avendo luogo eccessi esecrabili contro persone che, pur non essendo terroristi, si oppongono al nuovo governo militare?”. Il presule ebbe l'impudenza di rispondere: “No, niente di tutto questo, Santità! Si tratta di versioni false e infondate che mettono in circolazione quelli che si sono rifugiati in Europa”».

Lei ne ha scovati molti di rifugiati che ancora vivono in Europa?
«Uno, Alfredo Somoza, abita a Milano. È un letterato, ateo, non battezzato. Attribuisce all'intervento dell'attuale pontefice la sua salvezza. Fu imbarcato su un transatlantico italiano diretto a Genova. Gli era stata addirittura riservata la cabina dell'armatore. Ana e Sergio Gobulin risiedono in provincia di Pordenone dal 1977 grazie a Bergoglio. “Io resistetti alle sevizie per 18 giorni”, mi ha detto Sergio. “Ma quale sarebbe stato il numero degli ammazzati se il gesuita non avesse sottratto all'arresto tanti di coloro che sotto tortura potevano cedere e fare i nomi dei compagni? Padre Jorge ne ha salvati molti di più di quanti lui stesso riesca a ricordare”».

Papa Francesco è rimasto amico dei Gobulin?
«Certo. Nel 1977 andò anche a trovarli in Friuli, approfittando di un viaggio a Roma. Durante la notte ci fu una scossa di terremoto. Bergoglio si affacciò alla finestra e vide la gente che pregava inginocchiata per strada. Rimase molto colpito. La mattina dopo, girando per il paese, scoprì che gli stessi uomini intenti poche ore prima a recitare il rosario bestemmiavano come turchi. Adesso, quando telefona a Sergio, gli chiede sempre: “Si continua a pregare in quel modo dalle vostre parti?”».

(670. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it