Così si muore di paura nella Milano di Pisapia

La tragedia di ieri prova il senso di insicurezza che si avverte in città. È la consapevolezza di non essere tutelati, mentre l'impunità dilaga

Così si muore di paura nella Milano di Pisapia

Rabbia e paura insieme, una miscela letale: prima la rabbia quando Francesco Tatoli ha temuto di subire una violenza inaccettabile, un borseggio, una arrogante prepotenza da tre o quattro giovinastri grandi e forti, certamente più forti di lui. E perciò subito è sopraggiunta la paura, perché Francesco ha reagito d'istinto - «Via le mani dalle mie tasche!» ha gridato - e ha subito temuto che la reazione scatenasse su di lui una violenza ancora più cattiva, stavolta feroce. E così, a 65 anni, alle soglie della sospirata pensione dopo una vita di lavoro, il cuore non ha retto e Francesco si è accasciato sul pavimento di un squallido sottopassaggio della metropolitana, stazione De Angeli.
Era sceso a comprare il pane per la cena, Francesco, e poco dopo è morto in ospedale. Questo è il punto: a Milano non si può, non si deve morire così. Giacché poco importa dei ragazzi fermati e rilasciati o che il povero Tatoli avesse con sé dei soldi o il telefonino o che, insomma, davvero gli abbiano portato via qualcosa o no. Quello che conta, in questa triste vicenda metropolitana, è la drammatica rappresentazione che se ne ricava del clima di paura che grava su molte zone della città. Certo, piazza De Angeli non è in centro ma non è neppure estrema periferia e quel lurido sottopasso con le pareti scrostate e imbrattate da graffiti deliranti, le luci fioche, creano un'atmosfera di degrado e abbandono in un quartiere che degradato e desolato non è.
Dunque il povero Francesco vittima di un'allucinazione in quell'ambiente da incubo? Ma nessuno cadrebbe vittima dell'allucinazione di un borseggio, tanto da lasciarci la pelle, se per settimane e mesi non avesse vissuto davvero in un incubo di continua insicurezza, in un'atmosfera di pericolo e di violenza latente e possibile. Un'atmosfera diffusa su gran parte della città. Poche ore prima un autista dell'Atm era stato preso a pugni da un marocchino ed episodi come quello sono fin troppo frequenti, soprattutto su certe linee come le due filoviarie periferiche.
«Ma con voi le cose andavano peggio», replica in pratica e con una buon dose di faccia tosta un po' puerile il sindaco Giuliano Pisapia a chi gli rinfaccia questo clima di insicurezza. Ma Pisapia, che è avvocato penalista, sa benissimo che la sicurezza, e così la paura che essa genera, non sono una questione statistica: più o meno borseggi dell'anno scorso, tante rapine e pochi omicidi, tanti scippi ma calano i furti... No, caro sindaco. L'insicurezza e la paura sono stati d'animo collettivi, percezioni diffuse provocate nei cittadini, nel corpo sociale di una comunità urbana dalla consapevolezza di non essere tutelati, dall'angosciosa constatazione di non godere di sufficiente protezione, di imbattersi sempre più raramente in un tutore dell'ordine.
In corso Buenos Aires, una delle maggiori strade commerciali d'Europa, così come in corso Vercelli, è raro incontrare un vigile urbano ma è assolutamente normale dover fare lo slalom fra i tappetini e i banchetti di cartone che espongono merce contraffatta. Anche questa sfacciata manifestazione di impunità contribuisce a creare questo senso di insicurezza, disordine e precarietà da cui nasce la paura che ha ucciso Francesco.
E, in barba a tutte le statistiche sulla micro o macro-criminalità, caro sindaco, a Milano, in una città che si prepara a vivre il Natale più grigio e buio degli ultimi anni, non si può morire come Francesco, vittima della rabbia e della paura.

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