Crespi torna libero dopo 7 mesi: "Il carcere preventivo è tortura"

Torna libero il fratello del sondaggista, arrestato il 10 ottobre e coinvolto nell'inchiesta che ha portato in carcere l'ex assessore lombardo Domenico Zambetti

Crespi torna libero dopo 7 mesi: "Il carcere preventivo è tortura"

Milano - «Un giorno in carcere per un innocente è già troppo. Figuriamoci sette mesi». Ambrogio Crespi, il fratello dell'ex sondaggista Luigi, ha la voce stanca ed emozionata. È a Roma, dopo un viaggio in treno che da Milano - meglio, dal carcere di Opera, dov'era recluso dal 10 ottobre scorso - l'ha riportato a casa. «Dalla mia famiglia».

Ambrogio Crespi, partiamo dall'inizio. Il 10 ottobre scorso, alle cinque del mattino, i carabinieri si presentano nella sua abitazione con un mandato di cattura.
«Ecco, è una di quelle torture a cui non dovrebbero essere sottoposte le persone che non figurano nell'elenco dei cento latitanti più pericolosi, o che hanno commesso delitti di sangue e contro minorenni».

Da quel giorno sono passati sette mesi, oltre duecento giorni di carcerazione preventiva. Sono tanti.
«No, sono tantissimi. Da innocenti, anche un solo giorno in cella è troppo. Ed è un incubo che come me ha colpito anche molte altre persone. È un male su cui la politica deve intervenire».

Cosa le ha lasciato la sua lunga detenzione?
«Ho capito che in galera non hai paura di morire, ma di vivere. Perché ogni giorno è un'avventura, non sai cosa ti aspetta, o quello che ti può capitare. Però a me umanamente è andata bene. Sia gli agenti penitenziari che gli altri detenuti hanno capito che io ero lì senza aver commesso alcun reato. Ed è stato così anche con il direttore del carcere».

Pochi giorni fa hanno scarcerato l'ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti. Cosa ha pensato quando lui è tornato libero, mentre lei è rimasto in cella? Ha temuto che si fossero «scordati» di lei?
«Assolutamente no. Ho pensato che quella decisione avrebbe anticipato la mia. E che tutta questa storia stava per finire».

Veniamo all'indagine che ha portato al suo arresto. Lei è stato accusato di aver raccolto 2.500 voti per Zambetti attraverso i suoi contatti con alcuni esponenti della criminalità organizzata.
«Mettiamo in chiaro una cosa: io Zambetti non l'ho mai conosciuto. Anzi, a dire il vero Zambetti l'ho conosciuto, ma solo in carcere».

E i legami con la criminalità organizzata di cui è stato accusato dalla procura?
«Ma figuriamoci! Io non c'entro nulla con quel mondo. Nella mia vita e per il mio lavoro ho conosciuto molte persone (Crespi è cresciuto a Baggio, quartiere difficile di Milano, ndr), ma non ho mai avuto a che fare con la 'ndrangheta».

E come si spiega di essere finito in questo guaio?
«Non ne ho idea, è un fatto troppo stravagante. Ora penso solo a difendermi nel processo. Non intendo parlare dell'indagine, per sostenere le mie ragioni ci sono le aule dei tribunali».

Però nel provvedimento di scarcerazione, il gip Alessandro Santangelo scrive che «non risulta un abituale e organico collegamento dell'imputato con ambienti della criminalità organizzata». Alla luce di queste parole, cosa pensa dell'indagine dell'antimafia milanese?
«Preferisco non pensare niente. Basta leggere le motivazioni del giudice, poi ognuno faccia le sue considerazioni».

Crespi, lei controllava i voti nel quartiere di Baggio come hanno sostenuto i pm?
«Ma le sembra possibile? Quando mi sono candidato a sindaco di Milano (era il 2006, ndr), ho raccolto poco più di cento voti. E io sarei stato in grado di condizionare un'elezione?».

Ora che è tornato a casa, cosa farà?
«In realtà ci devo ancora pensare. Ma di certo la prima cosa sarà parlare con mio figlio. È passato tanto tempo. Però fortunatamente basta un suo sorriso per aggiustare molte cose».

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