Dai giudici doppio assalto al Cav

Dai giudici doppio assalto al Cav

MilanoE adesso Silvio Berlusconi può davvero guardare l'abisso da distanza ravvicinata: l'abisso di una condanna definitiva a quattro anni di carcere, e l'interdizione dai pubblici uffici che lo sfratterebbe per via giudiziaria dalla politica. In soli quindici giorni - il termine minimo previsto dal codice, e praticamente mai rispettato - la Corte d'appello di Milano deposita le motivazioni della condanna per la vicenda dei diritti tv. Significa che entro ottobre potrebbe arrivare la sentenza definitiva della Cassazione. Se anche quella gli desse torto, magari Berlusconi non andrebbe in carcere: è anziano, e verosimilmente gli verrebbe concesso di scontare l'anno di carcere (gli altri tre sono coperti dall'indulto) agli arresti domiciliari. Ma l'interdizione dai pubblici uffici, cariche parlamentari comprese, sarebbe comunque esecutiva. Non a caso la Corte d'appello gli nega le attenuanti generiche spiegando che avrebbe continuato a commettere il reato «nonostante i ruoli pubblici assunti», ovvero quando era a Palazzo Chigi.
Il deposito avviene nello stesso giorno in cui a Roma vengono depositate altre motivazioni: è la sentenza con cui la Cassazione ha rifiutato la richiesta di spostare a Brescia i processi a carico di Berlusconi, in base al «legittimo sospetto» sulla obiettività della magistratura milanese. La Cassazione aveva respinto la richiesta il 6 maggio, sbloccando i processi Ruby e diritti tv e consentendo loro di avviarsi alla sentenza. Decisione tutt'altro che inattesa. Meno prevedibile è la severità con cui la Cassazione motiva ieri il rifiuto: le tesi di Berlusconi vengono liquidate come «illazioni», «generiche adduzioni», «timori o sospetti personali». I giudici avanzano il dubbio che la stessa istanza di rimessione «piuttosto che da reali e profonde ragioni di giustizia, sia stata ispirata da strumentali esigenze latamente dilatorie», cioè per tirare in lungo i processi. La Cassazione difende il buon diritto dei giudici milanesi a mandare le visite fiscali a Berlusconi ricoverato in ospedale; prende le difese delle magistrate che hanno riconosciuto i super-alimenti alla ex moglie Veronica Lario, che Berlusconi avrebbe «superficialmente dileggiate»; respinge le accuse rivolte dal Cavaliere ai pm Boccassini e De Pasquale. «I pm fanno il loro mestiere», scrive la Cassazione.
Meno colorito, ma nella sostanza altrettanto duro, il contenuto delle motivazioni della condanna in appello per i diritti tv (che in serata, dopo averle lette, Berlusconi definisce «surreali»). La Corte d'assise presieduta da Alessandra Galli ritiene dimostrato che per molti anni i prezzi d'acquisto dei film americani da trasmettere sulle reti Mediaset siano stati enormemente gonfiati, sia al fine di risparmiare sulle tasse che per creare fondi neri. «Berlusconi era a perfetta conoscenza di quel mondo posto che anche egli, nei primissimi anni di operatività, aveva personalmente acquistato i diritti. I diritti erano pervenuti a Mediaset con un differenziale di prezzo altissimo e del tutto ingiustificato, sempre ad opera degli stessi uomini che sempre avevano mantenuto la fiducia del proprietario». Per immaginare che Berlusconi non ne sapesse niente, bisogna supporre che ai danni del Cavaliere si sia consumata per anni «una truffa di dimensioni colossali» da parte dei suoi manager, e che Mediaset «fosse presidiata da amministratori e proprietari di straordinaria incompetenza».
Berlusconi, insomma, per i giudici era il mandante: anche perché in precedenza aveva «direttamente gestito» l'intero sistema di società offshore e la «colossale evasione fiscale». Un paio di passaggi cruciali, a dire il vero, per la Corte d'appello sono provati più dalla logica che da prove dirette. Non c'è prova documentale, riconoscono i giudici, che i soldi in più versati a Frank Agrama, il grossista dei film, tornassero in tasca a Berlusconi: «Seppure non vi sia sicura evidenza bancaria di retrocessioni al gruppo o alla sua proprietà non resta che ritenere logico che il vantato costo zero ne presupponga la reale esistenza». Non è neanche dimostrato che i fondi neri così creati venissero poi impiegati a fini illeciti, ma poiché così avveniva in passato è logico ritenere che si sia proseguito, «ancorché sia senz'altro vero che tale ulteriore accertamento non era stato raggiunto in riferimento al “giro dei diritti”».
Che dalla metà degli anni '90 il Cavaliere si occupasse più di politica che dell'ufficio acquisti di Mediaset, secondo la Corte non significa granché: «Berlusconi stesso se si era fisicamente allontanato dal gruppo non aveva rinunciato ad esserne costantemente informato ed a ricevere periodicamente i dirigenti per fissare quantomeno le linee strategiche». Per questo, scrivono, va condannato. E né «la sola incensuratezza dell'imputato, e tanto più l'età anagrafica» sono un buon motivo per concedergli le attenuanti.

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