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"Deriva antidemocratica". Adesso anche l’Anpi attacca Meloni sul Quirinale. Sinistra in tilt

Basta auspicare un capo dello Stato non di centrosinistra per essere accusati di minacciare la democrazia: "Una cultura politica faziosa e totalitaria"

"Deriva antidemocratica". Adesso anche l’Anpi attacca Meloni sul Quirinale. Sinistra in tilt
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L’Anpi torna all’attacco del governo e si unisce all’assalto anti-Meloni. All’associazione non basta più custodire la memoria della Resistenza: ora pretende anche di stabilire in anticipo quale orientamento politico possa avere il prossimo presidente della Repubblica. E, soprattutto, chi abbia il diritto di parlarne. La Segreteria nazionale si è scagliata contro Giorgia Meloni, rea di aver sostenuto che “è giunto il momento di un Presidente della Repubblica non di centrosinistra”. Una considerazione politica che l’Anpi trasforma immediatamente in una sorta di attentato alla Carta costituzionale.

“Affermare, come ha fatto la presidente del consiglio, che 'è giunto il momento di un Presidente della Repubblica non di centrosinistra’, vuol dire affermare che si vuole un Presidente di parte, che non unisce ma divide. Così si tradisce la lettera della Costituzione e si rivela una cultura politica faziosa e totalitaria”, si legge nella nota.

Il ragionamento, però, è piuttosto curioso. Secondo l’Anpi, auspicare un capo dello Stato non riconducibile al centrosinistra sarebbe una manifestazione di faziosità. Evidentemente, invece, avere per decenni presidenti provenienti o sostenuti prevalentemente da quell’area politica sarebbe il naturale e imparziale corso della democrazia. L’equilibrio istituzionale, nella lettura dell’associazione, sembra dunque coincidere con la permanenza di un preciso campo politico nelle posizioni di vertice. Quando il centrodestra rivendica il diritto di partecipare alla scelta, e magari di indicare una personalità proveniente dalla propria storia, ecco comparire l’allarme democratico.

Nessuno mette in discussione il fatto che, una volta eletto, il presidente della Repubblica debba rappresentare l’unità nazionale ed esercitare le proprie funzioni con imparzialità. Ma questo non significa che debba essere privo di una storia politica. Lo riconosce perfino l’Anpi, ricordando che “la persona del Presidente ha ovviamente una specifica storia politica, e tanti sono stati i Presidenti con una storia politica di centro o di destra”. Il punto è proprio questo: una provenienza politica non determina automaticamente una presidenza “di parte”. Altrimenti lo stesso sospetto dovrebbe essere applicato anche ai capi dello Stato provenienti dalla sinistra. Un’ipotesi che, naturalmente, nella nota non viene neppure presa in considerazione.

Per rafforzare l’accusa, l’Anpi mette poi insieme riforma della giustizia, legge elettorale ed elezione del Quirinale, denunciando una presunta “deriva antidemocratica che va contrastata e sconfitta”: “Dopo il tentativo fallito di sovvertire l’equilibrio dei poteri con la legge costituzionale contro la magistratura, ora questo governo ci prova con una riforma della legge elettorale che consentirebbe a una maggioranza del Parlamento che corrisponde a una minoranza di votanti l’elezione del Presidente della Repubblica”. Il solito armamentario lessicale: sovvertimento dei poteri, deriva autoritaria, cultura totalitaria. Sparate iperboliche utilizzate per trasformare il tradizionale dibattito politico in un’emergenza permanente.

La nota dell’Anpi, del resto, non arriva nel vuoto. Si inserisce perfettamente nella campagna preventiva già avviata da una parte della sinistra contro la sola possibilità che, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, il Quirinale possa essere occupato da una personalità proveniente dal centrodestra. Renzi ha già trasformato l’ipotesi di Meloni al Colle nell’occasione per un nuovo attacco personale al presidente del Consiglio. II Pd continua a presentare ogni riforma proposta dalla maggioranza come il preludio a una concentrazione autoritaria dei poteri. Persino le organizzazioni dell’estrema sinistra extraparlamentare - basti pensare ai Carc - indicano nel governo Meloni il nemico da cacciare attraverso la mobilitazione politica e di piazza. Realtà diverse, certo, ma che finiscono puntualmente per individuare lo stesso bersaglio.

Il copione è ormai riconoscibile. Il centrodestra può vincere le elezioni, governare il Paese e conservare il consenso degli italiani, purché non pretenda di partecipare davvero alla conquista degli spazi istituzionali che la sinistra considera una propria riserva naturale. Appena si affaccia l’ipotesi di un capo dello Stato non preventivamente approvato dal campo rosso, scatta l’allarme: occupazione delle istituzioni, deriva autoritaria, attentato alla Costituzione, l’immarcescibile ritorno del fascismo. Non si giudicano più la storia, l’autorevolezza o l’indipendenza della persona: basta la sua provenienza politica per dichiararla incompatibile con il ruolo di garante.

L’Anpi aggiunge ora il proprio timbro a questo assalto, arrivando a bollare come "faziosa e totalitaria" una legittima aspirazione politica.

Ma sostenere che sia giunto il momento di un presidente non proveniente dal centrosinistra non significa chiedere un presidente asservito al governo. Significa ricordare che il Colle non è una proprietà ideologica e che anche una personalità di centrodestra può rappresentare il Paese.

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