E Fitto deve trattare con l’ex Pm che lo indagò

RomaNon è stato un bel momento, per Raffaele Fitto. Il ministro per gli Affari regionali si è trovato faccia a faccia con Lorenzo Nicastro, che come pm di Bari è stato il suo grande accusatore e ora è nella giunta regionale pugliese, come assessore all’Ambiente.
Ambedue erano nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche, alla riunione della Conferenza Stato-Regioni che discuteva un provvedimento che riguardava l’ecologia. Hanno cercato di non guardarsi, non si sono rivolti né un cenno né una parola.
Ma all’uscita dalla sala Fitto è sbottato: «Oggi si celebra l’indecenza, non ho altro termine per definirla. Il pm Nicastro, dopo che ha indagato 5 anni su di me, oggi me lo sono trovato davanti come assessore all’ambiente della Regione Puglia. Naturalmente, non ci siamo parlati. È una nuova emozione che volevo comunicarvi; fino ad un mese fa era con la toga in udienza preliminare contro di me. È una situazione vergognosa, un’indecenza che ho toccato con mano. Ho riscontrato in quale Paese viviamo».
Nicastro se n’è andato senza alcun commento. D’altronde, anche a febbraio, quando sono esplose le polemiche per la sua candidatura come capolista in Puglia dell’Idv (il partito del leader ex pm Antonio Di Pietro e dell’altro ex pm Luigi de Magistris), nello stesso distretto dove aveva esercitato, ha assicurato che non aveva «neppure un filino di imbarazzo». Barese, 54 anni, ha sempre difeso a spada tratta la sua scelta. Anche quando gli ricordavano che il suo nome era apparso sui giornali dal 2006, come uno dei tre Pm che accusavano, in due inchieste conclusesi con il rinvio a giudizio, l’ex governatore della Puglia di far parte di una lobby per appalti alle Asl. Anche quando il centrodestra lo bersagliava di attacchi per la sua candidatura nell’Idv. Anche quando l’Anm quella stessa candidatura l’ha definita «inopportuna», visto che da Pm diventava avversario politico del suo indagato, coordinatore regionale del Pdl. Anche quando il Csm, in grave imbarazzo, si è diviso nel dare un sì sofferto alla sua aspettativa preelettorale, mentre il vicepresidente Nicola Mancino lamentava che non ci fosse una legge che impedisse ad un magistrato di candidarsi nello stesso territorio dove aveva fatto indagini «mettendo in discussione la credibilità della magistratura oltre che la propria immagine». Pochi giorni dopo Palazzo de’ Marescialli approvava all’unanimità una delibera per impedire ai magistrati di tornare per cinque anni, a fine mandato elettorale o se non eletti, nel distretto di provenienza, chiedendo al Parlamento una norma per l’incandidabilità.
«Per 23 anni - ribatteva Nicastro - ho fatto il magistrato, non lo spacciatore di droga o il contrabbandiere. Ho indagato anche su imprenditori riconducibili al centrosinistra». Il capogruppo Idv al Senato Felice Belisario difende il collega di partito, rispondendo a Fitto: «Ci si dovrebbe meravigliare del fatto che viviamo in un Paese governato da inquisiti e condannati».

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