Ecco come la valuta parallela può aiutare l’euro in crisi

Il Wir svizzero e il Berliner tedesco sono tipi di pagamento usati in realtà territoriali al posto del denaro ufficiale. Potrebbero essere la soluzione per svalutazioni future

Ecco come la valuta parallela  può aiutare l’euro in crisi

Quanti Wir occorrono per fare un Berliner? Semplice: 1,22 perché dietro quei nomi strani si nascondono un Franco svizzero e un Euro anche se in realtà si tratta di valute non ufficiali, non emesse dalla Bce ma utilizzate come pagamento rispettivamente in Svizzera e a Berlino. Un altro dei sintomi della crisi dell’Euro è il ritorno dell’interesse nei confronti delle cosiddette «valute complementari», tranquillamente coesistenti da anni in parallelo alle valute ufficiali, spesso non notate dal grande pubblico.

Eppure la valuta complementare è una cosa normalissima: un assegno non è una banconota statale, ma «moneta bancaria» e possiamo comprarci qualsiasi cosa, allargando poi lo sguardo sempre di più possiamo considerare gli scambi su internet pagati via paypal (che non è una banca), le miglia delle compagnie aeree, i punti dei programmi di fidelizzazione dei supermercati fino a ricordare i vecchi gettoni del telefono: sembravano monete, valevano 200 lire ma non erano affatto «moneta» ufficiale.
Uno dei vantaggi della crisi è che costringe le persone a rivedere le proprie certezze: una di queste è costituita dalla moneta. In molti sono ancora convinti che dietro al valore delle banconote ci siano beni reali, soprattutto oro. In realtà l’oro non ha più alcun peso nel valore di una moneta, basti pensare che l’Italia (che pur è il terzo stato possessore di oro al mondo) ha riserve auree per circa 100 miliardi di euro, quindi una minima frazione del valore della nostra economia e del debito pubblico, pari a ben 2mila miliardi di euro.

In realtà la moneta è semplicemente uno strumento di pagamento e trae il suo valore reale (quello venale è nullo, trattandosi di un pezzo di carta) dal fatto di essere accettata come strumento di pagamento per le proprie obbligazioni. Sulle banconote in euro non si è avuta nemmeno l’accortezza di scrivere a cosa servano, tuttavia nelle valute di più solida tradizione, come ad esempio il dollaro, vi è la nota che specifica come quel biglietto sia mezzo di pagamento legale per ogni debito, pubblico o privato. Quindi, semplificando, possiamo dire che una moneta deriva il suo valore dalla sua capacità di estinguere i debiti e, in particolare, dall’obbligo più grande che tutti i cittadini hanno, vale a dire quello fiscale.
Se però l’unica moneta accettata come pagamento delle tasse è quella ufficiale, niente impedisce la diffusione di strumenti di pagamento alternativi che consentano di saldare conti relativi a un bene di cui è certa la richiesta da parte del pubblico (telefonate o biglietti aerei, nel caso dei gettoni o delle miglia) oppure, nel caso di comunità sufficientemente coese, la formazione di un sistema di compensazioni reciproche tale da formare una vera e propria «valuta ombra» come accade con il Wir svizzero, presente sin dal 1930. Come altre valute complementari si tratta di un’unità di conto cambiata alla pari con la valuta ufficiale e con la quale una rete di imprenditori regola al proprio interno debiti e crediti, riuscendo a coprire transazioni anche di importo assai rilevante.
In Germania si è assistito a un vero boom di queste valute parallele (il più famoso è il Berliner) equivalenti in valore a un euro e accettate in aree cittadine, tanto da essere state oggetto di un approfondito studio da parte della Bundesbank che le ha bollate come «inefficienti». In barba alla Bundesbank però le valute complementari interessano molto, anche in Italia, dove si fanno interessanti test con strutture ispirate al Wir, come è il caso della Sardegna e del circuito commerciale Sardex.

In determinati casi la valuta parallela divenne addirittura necessaria, come nel caso della crisi argentina, dove a causa della distruzione del tessuto economico tradizionale si utilizzarono note di credito degli enti locali. Lo studio di questi sistemi di pagamento è di grande interesse e potrebbe aprire la strada a un furbo espediente per «creare moneta» in Italia senza dover passare necessariamente per la Bce, basterebbe consentire ai cittadini di pagare le tasse anche con titoli di Stato per creare contemporaneamente addizionale domanda per il nostro debito e una comoda valuta complementare. Dal Berliner al Bot.
Twitter: @borghi_claudio

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