La generazione ex Pci, abbonata alla sconfitta anche quando vince

Oggi è crollato Pier Luigi, ieri D’Alema, Veltroni e Occhetto: la storia si ripete Il filo rosso che lega vent’anni di fallimenti? Il vizio di eliminare chi innova

La generazione ex Pci, abbonata alla sconfitta anche quando vince

Non ha avuto neppure l’onore delle armi,il po­vero Bersani: neppure la formalità di un nuovo passag­gio al Quirinale, di un comuni­cato stampa, di una telecamera accesa per raccoglierne le paro­le di circostanza. Il suo «preinca­rico », spiegavano ieri alla presi­denza della Repubblica, si è semplicemente esaurito con l’esaurirsi dell’«esplorazione». Come nebbia al sole, come un sogno alla fine della notte. Lui, Bersani, è letteralmente fuggito insieme al resto del Tortello ma­gico, l’ inner circle che compren­de il capo della segreteria Mi­gliavacca e il presidente del­l’Emilia Romagna Errani: han­no tutti lasciato Roma venerdì per la rassicurante ridotta emi­liana, dove la politica è soltanto uno scambio di favori nell’im­mutabilità del potere. Silenti, ir­raggiungibili. Ma col doppio fallimento di Bersani - prima alle elezioni, e poi nella partita per il governo ­non si conclude soltanto la sua segreteria e la sua personale car­riera politica. Si chiudono an­che la storia antica del Pci e quel­la più recente della sinistra del­la Seconda repubblica. Dopo Bersani la sinistra non avrà mai più un leader che proviene dal Partito comunista. E con Bersa­ni verrà rottamata non soltanto un’intera classe dirigente com­posta di vecchie glorie e giovani cooptati, ma anche, e per fortu­na, una cultura politica intrisa di conservatorismo sociale e ce­mentata dall’antiberlusconi­smo, che nel suo ultimo colpo di coda ha rispolverato il conflit­to d­i interessi e persino l’ineleg­gibilità del Cavaliere pur di strappare l’accordo con Grillo. Game over : la sinistra è oggi al­l’anno zero. Fa un certo effetto ripercorrere la storia di questo ventennio: l’elenco dei caduti è numeroso e illustre, mentre il nome del generale vittorioso (anche quando ha perso) è sem­pre quello di Berlusconi, il Cava­liere nero planato sulle macerie della Prima repubblica con lo scopo dichiarato di«non conse­gnare l’Italia ai comunisti ». Già, i comunisti: hanno compiuto il miracolo, unici al mondo, di tra­ghettare il loro partito al di là del Muro, salvando almeno una parte dell’argenteria di fami­glia, e poi hanno sciupato ogni volta l’occasione della vittoria (anche quando hanno vinto), come se ogni volta il passato vo­lesse riprenderseli.

Nelle sue varie incarnazioni, l’ex Pci ha giocato di volta in vol­ta con due schemi diversi: nel primo, la guida dello schiera­mento progressista è stata as­sunta in prima persona dal lea­der del partito. È stato così con Occhetto, D’Alema, Veltroni e, da ultimo, Bersani. Il secondo schema prevedeva invece di af­fidare ad un «moderato» la lea­dership formale dello schiera­mento: Prodi (per due volte) e Rutelli. Ma entrambi gli schemi si sono rivelati fallimentari: nel­le urne quelli a guida diretta, dal­la «gioiosa macchina da guer­ra » di Occhetto sbaragliata dal «partito di plastica»di Berlusco­ni fino al Bersani del mese scor­so; alla prova del governo gli al­tri: il primo Prodi è stato abbat­tuto dopo meno di due anni da Bertinotti e Vendola, il secondo (privo di maggioranza al Sena­to) si è rapidamente sfarinato sotto i colpi incrociati delle pro­cure, di Mastella e di Veltroni.

Ma la storia delle sconfitte del­la sinistra è anche la storia del suo mancato rinnovamento. Ed è la storia dell’eliminazione sistematica dei rinnovatori. D’Alema paga ancora oggi il prezzo dell’infamia per aver osato infrangere i due tabù che reggono la sinistra italiana: il sindacato (lo scontro con la Cgil di Cofferati) e l’antiberlusconi­smo ( la Bicamerale per riscrive­re insieme la Costituzione). Vel­troni, che impostò la sua segre­teria sulla rottura con la sinistra radicale e sul rispetto dell'avver­sario politico, fu costretto alle di­missioni nonostante avesse ot­tenuto alle elezioni del 2008 il miglior risultato per il suo parti­to. E a Renzi, infine, non è stato neppur concesso di correre: l’apparato ha preferito azzop­parlo ai box impedendo che al secondo turno delle primarie votassero liberamente anche i cittadini non allineati.

Ora proprio a Renzi si rivol­gono in molti fra quelli che l’hanno ostacolato e combat­tuto, o che hanno preferito far finta di niente, in nome del­l’unità del partito e nella spe­ranza che la vittoria elettorale portasse poltrone e prebende. Gli ex popolari di rito lettiano e franceschiniano, i veltronia­ni, gran parte di quella zona grigia che, soprattutto a livello locale, si schiera sempre e co­munque con chi vince: tutti so­no pronti a seppellire ancora una volta il leader di turno per acclamare il nuovo e perpetua­re se stessi fino al prossimo fu­nerale. Ma questa volta po­trebbe andare diversamente. Del resto,l’unica chance che ri­mane a Renzi è fare ciò che ha promesso: rottamare gli scon­fitti.

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