I liberali in campo: un contromanifesto smonta Zagrebelsky

Da Ostellino a Cofrancesco, politologi ed economisti bocciano il giurista: "ridicolo" il suo appello contro l'abolizione del Senato

I liberali in campo: un contromanifesto smonta Zagrebelsky

In Italia, da decenni, sono tutti d'accordo: le riforme sono necessarie, il Paese è ingessato. Chi arriva al governo, immancabilmente, si accorge di non poter... governare. Bicamerali, commissioni, proposte di legge, referendum: ogni cittadino ricorda numerosi tentativi falliti di aggiornare le regole del gioco, consentendo alla nostra democrazia di essere efficiente quanto le altre.

A cosa si deve questo ritardo? A un sistema disegnato nel dopoguerra per evitare di cadere negli errori del passato, imbrigliando i poteri dell'esecutivo. A una burocrazia che, grazie a quel sistema, possiede le chiavi dei vari ministeri. A un mondo culturale immobile, pronto a spendere paroloni tutte le volte che si prova a cambiare. Ogni ritocco alla Costituzione, elevata a feticcio, è considerato l'annuncio dell'Apocalisse. Le riforme costituzionali prospettate da Renzi, tra cui l'abolizione di Palazzo Madama, si sono scontrate subito con un appello intitolato Verso la svolta autoritaria. Tra i primi firmatari ci sono Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà. Come sempre, i toni sono definitivi: la tragedia, venisse meno il bicameralismo perfetto, sarebbe inevitabile. «Impotenti», scrivono gli appellanti, assistiamo alla creazione di «un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali». Matteo Renzi, in realtà, sta attuando «il piano che era di Silvio Berlusconi» quindi malvagio a prescindere dai contenuti. Ogni opposizione, prosegue l'appello, è «neutralizzata», l'Italia franerà nella «democrazia plebiscitaria».

Oggi però un gruppo di intellettuali appartenenti ad aree politiche diverse pubblica un Contromanifesto in cui si denuncia la cecità dei catastrofisti pronti a tuonare contro qualsiasi innovazione. Gli estensori sono tra gli esponenti più rappresentativi del pensiero liberale: il filosofo Giuseppe Bedeschi, lo storico Giampietro Berti e il politologo Dino Cofrancesco. Tra i primi aderenti, ci sono l'ex direttore del Corriere della Sera Piero Ostellino, il sociologo Sergio Belardinelli, il giurista Tommaso Edoardo Frosini, l'economista Gianni Marongiu, il politologo Luciano Pellicani, lo storico Francesco Perfetti, l'editore Florindo Rubbettino e tanti altri autorevoli protagonisti della cultura italiana.

Tutti concordi, pur mantenendo un profilo autonomo, nell'affermare la necessità di affrontare «senza levate di scudi» il problema della divisione dei poteri, «rimediando alla fatale debolezza dell'esecutivo». Il Contromanifesto confina nell'ambito del «ridicolo» e del «grottesco» le roboanti dichiarazioni su inesistenti svolte autoritarie. Quindi denuncia il tentativo, da parte di «grilli parlanti» spesso senza «autorità morale» e credenziali scientifiche, di «soffiare sul fuoco della guerra civile ideologica» al fine di allontanare «le componenti più serie del centrosinistra e del centrodestra». Il cuore del documento, però, è un altro. L'opposizione a qualsiasi cambiamento, col pretesto di difendere la Costituzione, avalla «de facto le degenerazioni del parlamentarismo». Non solo. Il cattivo funzionamento delle istituzioni alimenta la «sfiducia nella democrazia liberale e rappresentativa, essa sì foriera di nuove “svolte autoritarie”».

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