Ilaria Salis ha replicato a Il Giornale che da sabato le chiede di esporsi sulla sua partecipazione alla manifestazione al centro sociale Lambretta di Milano lo scorso sabato, quando è stato sventolato il tricolore con la stella rossa titina al centro. L’europarlamentare era lì insieme a quella bandiera senza dissociarsi e solo poche ore fa si è capito il motivo: Salis rivendica quella bandiera, simbolo della Brigata Garibaldi, che insieme ai partigiani jugoslavi di Tito raggiunse le malghe di Porzûs, nel comune di Faedis, dove si trovava il comando della Brigata Osoppo, una formazione partigiana di orientamento cattolico e laico-moderato, uccidendo almeno 17 persone, tra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini.
Le accuse ufficiali mosse agli osovani erano di collusione con i fascisti e di ostacolare la collaborazione con i partigiani jugoslavi di Tito. In realtà, secondo la storiografia più documentata, c’era ben altro dietro: l’operazione rientrava in un disegno politico più ampio per eliminare una formazione partigiana italiana che rifiutava di sottoporsi al comando del IX Korpus sloveno e si opponeva ai progetti annessionistici jugoslavi sulla Venezia Giulia. Quella bandiera che oggi Salis non rinnega, nelle zone del Venezia Giulia, Istria e Fiume è un simbolo di morte e oppressione. Ma Salis tira dritto e rispondendo alle parole del direttore Tommaso Cerno, che è nato in quelle zone di confine e conosce bene l’orrore delle foibe, ha dichiarato: “Il tricolore con la stella rossa, la bandiera delle gloriose Brigate Garibaldi, da sventolare con orgoglio. Perché i veri patrioti erano i partigiani che lottarono per liberare l’Italia dal nazifascismo, non certo coloro che portarono il Paese in rovina e si misero al servizio dell’occupante tedesco. L’antifascismo ha vinto. E c’è chi, ancora oggi, non riesce a digerirlo. Spiace”.
Con queste parole, l’europarlamentare conferma l’insulto al Paese, alla festa nazionale istituita il 10 febbraio per ricordare le vittime delle foibe, migliaia, causate dai partigiani titini, e non solo, e insulta anche i monumenti nazionali istituiti alla foiba di Basovizza e a quella di Monrupino. Non è solo una questione di simboli, quella di Salis è la scelta deliberata di elevare a vanto una bandiera che, in quelle terre di confine, ha accompagnato rastrellamenti, esecuzioni sommarie e la cancellazione di intere comunità italiane. Salis non si limita a non dissociarsi: rivendica con orgoglio un’appartenenza ideologica che ha prodotto, a Porzûs come nelle foibe, morti italiani per mano di altri italiani.
