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L'allarme di Papa: «Daccò in condizioni preoccupanti»

L'allarme di Papa: «Daccò in condizioni preoccupanti»

MilanoUna cella del supercarcere di Opera, lo stesso che ospita Totò Riina: e dove, anche fuori dai reparti di massima sicurezza, il clima è ben più plumbeo che nella bolgia di San Vittore. Nella cella, un crocefisso alla parete e un uomo seduto sulla branda. Da solo. Porta i pantaloni della tuta e una camicia. È l'uomo intorno a cui ruota l'inchiesta sulla sanità che punta a decapitare la Regione Lombardia. Si chiama Piero Daccò, ha cinquantasei anni: fino a un anno fa nessuno sapeva chi fosse, e lui si godeva la vita invitando gli amici in vacanza sul suo yacht, e offrendo da mangiare a tutti (anche se ora qualcuno, irriconoscente, fa sapere che la pasta era «immangiabile»).
Da undici mesi Daccò è in questa cella. Lo accusano di avere svuotato le casse del San Raffaele e della Fondazione Maugeri, offrendo in cambio una corsia preferenziale in Regione grazie ai suoi apporti col governatore Roberto Formigoni. Mercoledì scorso lo hanno condannato a dieci anni di carcere. Da qui a chissà quando, questa cella sarà la casa di Daccò. Ieri, per la prima volta da undici mesi, in cella entra qualcuno che non sia un agente di polizia penitenziaria. È Alfonso Papa, deputato Pdl ed ex magistrato, che da quando è stato arrestato e poi scagionato ha fatto del pianeta carcere il tema della sua battaglia politica. Nel suo giro d'Italia delle galere, Papa ne ha viste di tutti i colori. Ma quando esce dall'incontro con Daccò è impressionato.
«Sono un capro espiatorio», dice Daccò a Papa. Non sono io il colpevole che vogliono, spiega. E non c'è neanche bisogno di fare nomi. Per prolungare la sua carcerazione, i pubblici ministeri hanno appena messo nero su bianco che se tornasse libero potrebbe delinquere ancora grazie «alla complicità» con il governatore Roberto Formigoni.
Ma a impressionare Papa non è tanto ciò che dice il detenuto Daccò, ma il modo in cui lo dice. Apatico, inespressivo: «Come se - racconta il parlamentare - questi undici mesi di detenzione avessero inciso anche sulla psiche, sulla emotività. Ho visto un uomo attonito, incredulo davanti a quanto gli sta accadendo. Il segnale più allarmante è forse la sua decisione di non uscire più all'aria con gli altri detenuti».
Per mesi, dopo l'arresto, il 16 novembre del 2011, sembrava che Daccò tenesse botta. Nei primi verbali di interrogatorio in carcere si concedeva persino qualche battuta guascona. Poi, evidentemente, qualcosa si è spezzato. Il segno più immediato è il deperimento fisico, che lo ha reso quasi irriconoscibile rispetto all'unica foto apparsa finora sui giornali. «Passo le giornate a leggere, a scrivere e ad aspettare le visite dei miei familiari», racconta Piero Daccò. Sulla branda ha un numero di Tempi, la rivista che ogni settimana ospita una lettera dal carcere di Antonio Simone, suo vecchio amico, oggi suo coimputato, detenuto a San Vittore. «Sono preoccupato per Simone, so che non sta bene», racconta Daccò. Eppure, dice Papa, dovrebbe essere il contrario: «Simone l'ho incontrato in carcere prima dell'estate, e ho trovato un uomo provato ma arrabbiato e combattivo. Invece Daccò è un uomo che ha rinunciato anche a battersi».


Anche la scelta di tenere in carcere Daccò, dice Papa, fa parte della «cultura del carcere preventivo» di cui l'Italia non riesce a liberarsi, e «che permette di tenere chiusi in cella decine di migliaia di presunti innocenti». «E di fronte a questa emergenza scandalosa - conclude - una intera classe politica, Pdl compreso, si occupa solo delle sue beghe interne».

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