Letta corteggia i poteri forti: "Voglio cambiare l'Italia"

Il premier prende le distanze dal "caos politico permanente" e punta il dito contro burocrazia e conservatorismi. "La missione è rompere le catene che bloccano il Paese"

Letta corteggia i poteri forti: "Voglio cambiare l'Italia"

È premier da 130 giorni, Enrico Letta, e già si accorge che forse Silvio Berlusconi non aveva tutti i torti quando si lamentava delle difficoltà di comunicare l'attività del governo. «È insopportabile il racconto macchiettistico che liquida il nostro lavoro come 130 giorni di nulla», sbotta al Seminario Ambrosetti di Cernobbio. E giù con un elenco di cose fatte, «una lista di fatti che potrebbe essere molto più lunga». E poi giù con l'inventario delle cose da fare, a partire da un grande piano di dismissioni che il governo approverà entro fine settembre «per attrarre investimenti esteri».

Non parla mai di Silvio Berlusconi, né della strana maggioranza di governo. Letta vuol trasmettere un'immagine di concretezza e determinazione, la sicurezza di durare a lungo, l'ambizione di un esecutivo che farà grandi cose, compresa la conquista delle Olimpiadi 2024. Deve trascinare dalla sua parte gli imprenditori di Cernobbio e per questo approva l'intesa tra Confindustria e sindacati che invece, un paio d'ore prima e dallo stesso microfono, il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni aveva stroncato.
Anche se mantiene le distanze, la platea è sostanzialmente d'accordo. Industriali e finanzieri, piccoli e grandi, apprezzano la pacatezza di Letta, l'impegno per favorire la crescita, la promessa di attrarre investimenti stranieri. Le parole «stabilità» e «ripresa» sembrano formule magiche. Anche il finanziere Davide Serra, vicino a Matteo Renzi e spesso piuttosto critico, promuove il premier: «L'importante è eliminare il rumore di fondo della politica». Ma nessuno dimentica che la pletora di leggi italiane espone sempre le imprese a qualche pericolo; se rispetti una norma non cancelli il rischio di infrangerne un'altra.

Il «caos politico permanente» è una delle emergenze evocate da Letta: «I giornalisti stranieri, che trasmettono all'estero l'immagine del nostro Paese, ormai mi chiedono soltanto i motivi di questo caos permanente». E allora «la nostra missione è rompere le catene che bloccano l'Italia», dice enfaticamente. Il premier punta il dito contro la burocrazia, la gerontocrazia, i conservatorismi, le resistenze al cambiamento di genere («in questa sala siamo soltanto uomini - esclama guardando la platea - e questa è una cosa insopportabile»). «L'instabilità ha un costo drammatico, la stabilità paga»: è la base per puntellare il traballante governo delle larghe intese.

Nemmeno un dubbio che l'avventura a Palazzo Chigi possa interrompersi presto. Letta mette nel conto perfino la riforma della Costituzione, impresa destinata a durare anni, e ne delinea i contenuti: via il bicameralismo perfetto, meno parlamentari, una legge elettorale efficace. La Costituzione va cambiata, il sistema fatica sempre più a funzionare. E qui si manifesta la parte più ambiziosa del programma di Letta.

Il premier usa ripetutamente parole come «svolta» e «terremoto». Ma si dice «stradeterminato e straimpegnato a non farmi bloccare dai veti e dalla conservazione». Aggiunge: «Noi non siamo qui per traccheggiare» e «le risposte tradizionali non bastano». Una frase che può essere interpretata in vari modi. Gli imprenditori vi colgono una sfumatura tutta politica. Se l'esistente non basta, anche i partiti come li conosciamo oggi sarebbero destinati a trasformarsi. Forse a estinguersi per far nascere qualcosa di nuovo.
Qualcuno attribuisce a Letta l'intenzione di scardinare l'assetto esistente. Anche perché il presidente del Consiglio si è mostrato tiepido verso il suo partito, quasi freddo. «Mi voglio dedicare totalmente all'impresa di cambiare l'Italia, non ho tempo per fare altro - ha detto -. Non ho tempo per occuparmi del congresso del partito democratico, al quale pure sono affezionato perché da lì provengo, e non ho tempo nemmeno per il mio futuro politico».

È una presa di distanze dalla lotta per la segreteria e forse anche un tacito via libera a Renzi. Ma è anche il distacco di chi prepara qualcosa di nuovo. Secondo gli imprenditori, questo insistere sulla stabilità, sulla necessità di accordi largamente condivisi, di superare le «risposte tradizionali», di operare una «svolta», avrà conseguenze anche sulla struttura di Pd e Pdl.

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