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Loris Fortuna – Portò il divorzio in Italia ma il Pd dei “diritti civili” l’ha cancellato dalla memoria

Il suo nome, assieme a quello del liberale Antonio Baslini, è legato alla legge italiana sul divorzio. Partigiano, fu catturato dai tedeschi e internato nel campo di Bernau. Iscritto al Pci, approdò al Psi dopo l'invasione dell'Ungheria da parte dell'Urss nel 1956

Loris Fortuna – Portò il divorzio in Italia ma il Pd dei “diritti civili” l’ha cancellato dalla memoria

Aveva venti anni ed era partigiano nelle formazioni Osoppo e Friuli quando venne catturato dai nazisti e fu condannato ai lavori forzati nel campo di Bernau, in Germania, dove rimase fino al dopoguerra. Tornato alla vita normale Loris Fortuna si laureò in Giurisprudenza discutendo una tesi sul diritto di sciopero, avviandosi poi alla professione di avvocato e collaborando con le camere del lavoro di Udine e di Pordenone. Impegnato fin da subito nelle lotte sociali per le classi meno agiate, come direttore della rivista “Lotta e Lavoro” dal 1946 al 1948 condusse alcune battaglie a favore dei braccianti agricoli collaborando con Pier Paolo Pasolini. L’impegno politico con il Pci, per il quale fu eletto consigliere comunale nel 1951 e 1956, terminò con l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione sovietica. Si iscrisse al Psi e, nel giro di pochi anni, divenne deputato, entrando per la prima volta a Montecitorio nel 1963.

La battaglia per il divorzio

La sua fama è legata a una legge che porta il suo nome e quella di un deputato liberale, Antonio Baslini. È la legge che introdusse il divorzio in Italia, la numero 898 del 1° dicembre 1970, denominata “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. L’Italia ci arrivò dopo molti anni, e subito dopo vi fu una durissima battaglia per abolirla, culminata con il referendum abrogativo del 1974, ma la maggioranza degli italiani decise di mantenerla in vita: il No ottenne il 59,3% dei voti.

Fortuna aveva presentato la sua prima proposta di legge per legalizzare il divorzio nel 1965, ma venne stoppato dal segretario del Psi Pietro Nenni, che forse ritenendo i tempi non ancora maturi, decise di non portarla in discussione in Parlamento. Fortuna però non si diede per vinto e continuò la sua battaglia. Nella prima lettura del progetto di legge sul divorzio, nel 1969, alla Camera spiegò che le battaglie per le libertà individuali erano legate alla lotta sociale per l’emancipazione delle classi e dei gruppi subalterni e per la laicità dello Stato democratico. Richiamò le antiche lotte dei socialisti riformisti italiani, Filippo Turati e Anna Kuliscioff, cercando di andare oltre la mera rivendicazione dei “diritti dell’uomo” attraverso un movimento che mirasse a liberare tutti quei fattori (sociali, economici e culturali) che impedivano “il libero sviluppo della personalità”. Cercando di perseguire il proprio obiettivo ritenne indispensabile allargare il fronte e così nel 1970 presentò la sua proposta di legge con Baslini, esponente del Pli, ottenendo alla fine il sostegno di tutta la sinistra (Psi, Psdi e Pci) e dei liberali. Fermamente contrari la Dc e il Movimento sociale italiano. Il 1º dicembre 1970 la Fortuna-Baslini divenne legge.

Negli anni che seguirono, fino al referendum del 1974, Fortuna ebbe modo di stringere un saldo legame con l’esponente radicale Marco Pannella, fino al punto di prendere la doppia tessera di partito, quella socialista e quella del Partito radicale.

L'area laico socialista

Nel suo impegno politico Fortuna si mosse entro i confini dell’area laico e socialista del Paese, cercando di battersi per far progredire a livello sociale un Paese economicamente in forte sviluppo, grazie al boom degli anni Sessanta, ma fortemente bloccato sotto molti aspetti da una classe politica rimasta ancorata agli schemi del passato, con il netto predominio morale esercitato dalla Chiesa cattolica. Uno “scollegamento” con il Paese reale che chiedeva riforme, tenuto conto che la realtà di tutti i giorni vedeva le famiglie sfasciarsi, nonostante l’indissolubilità del matrimonio sancita dall'insegnamento cristiano, e molte donne abortire di nascosto, quelle ricche nelle cliniche all’estero, le altre rivolgendosi alle "mammane" in ambulatori improvvisati. Fortuna fu una personalità più propensa all’azione e all’iniziativa politica che all’elaborazione teorica, per questo la ricostruzione del suo percorso politico non è semplice. Di lui resta netta la volontà di perseguire cambiamenti sociali e culturali nel Paese, in un ambito politico laico e riformista.

Lo studio dei problemi della sua terra

L’anno in cui fu eletto alla Camera, nel 1963, Fortuna pubblicò un saggio dedicato alla sua terra: "Friuli. Tesi per lo sviluppo economico". Con estrema lucidità individuò le due cause principali dell’arretratezza della sua regione: l’esportazione dei capitali e l’emigrazione. Si soffermò anche sui problemi dell’agricoltura, sottolineando che l’eccessiva frammentazione delle aree coltivabili e la concentrazione nelle mani di pochi fossero un freno devastante. Fortuna descrisse il Friuli Venezia Giulia sottosviluppato come le aree del Sud Italia. Ma non si limitò a fare una fotografia della situazione esistente, cercò di spronare la classe dirigente individuando possibili azioni necessarie a invertire la rotta, a partire dal porre fine alla difesa di alcuni interessi particolari.

Le sue proposte in Parlamento

In venti anni di lavoro parlamentare Fortuna si è battuto su vari temi: riforma della carcerazione preventiva; obiezione di coscienza, riparazione degli errori giudiziari; riforma del diritto di famiglia (non solo il divorzio); aborto; libertà di espressione e di comunicazione; parità di genere; liberalizzazione della cannabis; diritti degli animali, trasparenza dei lavori parlamentari; diritti dei detenuti; voto degli italiani all’estero; sostegno a favore dei Paesi in via di sviluppo. Si occupò anche dell’eutanasia. Su quest’ultimo tema fece un toccante intervento parlamentare parlando del diritto a separarsi con dignità e libertà da una vita resa intollerabile dal dolore.

Dimenticato dal Pd

Quando le forze politiche della sinistra italiana tra il 2007 e il 2008 si misero a discutere per lanciare il neonato Partito Democratico colpevolmente non fecero alcuno sforzo per ricordare come forse avrebbe meritato Loris Fortuna. Di lui, tra l'altro, non si fece alcun cenno neanche quando nel Paese, a diverse ondate, si discusse delle unioni civili. Il suo nome, per qualche strano motivo, era passato nel dimenticatoio nel partito maggioritario della sinistra italiana. Eppure, soprattutto per il tema del divorzio e poi anche per l’aborto, Fortuna era stato uno dei protagonisti indiscussi in Italia.

In anni recenti una delle accuse rivolte più spesso alla sinistra italiana è stata quella di promuovere i diritti civili – di ogni tipo

– dimenticandosi però di difendere le classi più deboli e i lavoratori. Se c’è un politico che, nella Prima Repubblica, seppe invece incarnare alla perfezione lo sforzo di unire le due battaglie fu proprio Loris Fortuna.

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