La maggioranza è ai ferri corti: scontro sul giorno della fiducia

Napolitano alla maggoranza: "No a campagna elettorale permanente". Ma, dopo lo stop alla misura che avrebbe abolito l'aumento dell'Iva, il Pdl chiede di anticipare a lunedì il voto sulla fiducia a Letta: "È in atto un ricatto". Il Pd non ci sta: "Accelerazione strumentale"

Il governo sta muovendo i suoi ultimi passi. Renato Schifani non lesina certo al premier Enrico Letta una ramanzina che parte dall'incapacità dell'esecutivo di scongiurare l'ondata di nuove tasse. "Il premier si è assunto la gravissima responsabilità di non deliberare su provvedimenti economic per evitare l’aumento dell’Iva", ha spiegato il capogruppo del Pdl al Senato facendo sapere che, sebbene fossero già pronte, le misure non sono state adottate "per motivazioni politiche". Il braccio di ferro, interno alla maggioranza, tra il Pd giustizialista e il Pdl dimissionario ha contagiato anche i membri dell'esecutivo. martedì ci sarà la verifica, proprio come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha imposto a Letta. Intanto, però, da destra e sinistra piovono accuse e insulti che non fanno altro che alzare il clima, già di per sé rovente, in parlamento.

Durante la visita nel carcere di Poggioreale, il capo dello Stato è tornato a lanciare l'ennesimo appello alla stabilità. "Non abbiamo bisogno di campagne elettorali a getto continuo - ha detto Napolitano - abbiamo bisogno di un Parlamento che discuta e lavori e non che ogni tanto si sciolga". Il monito del Quirinale, però, potrebbe anche cadere nel vuoto. Lo scontro che si è consumato durante il Consiglio dei ministri di ieri sera rischia di lasciare segni indelebili. Lo stop della corrente piddì alla manovrina è stato un gesto troppo forte da non avere conseguenze nei rapporti di maggioranza. Letta, e il Partito democratico, vogliono infatti far pagare agli italiani la caccia manettara a Silvio Berlusconi. Se da una parte il presidente del Consiglio ha avuto una reazione estremamente forte dopo la lettera di dimissioni dei parlamentari Pdl, dall'altra non è mai andato a fondo nel far luce sull’atteggiamento del Pd che ha chiuso la porta a qualunque riflessione sulla irretroattività della legge Severino. Dopo le dimissioni di massa, infatti, la sinistra ha reagito con la ripicca dell'aumento "inevitabile" dell'aliquota Iva dal 21 al 22%. "Se il premier subordina queste scelte a un voto di fiducia, a un chiarimento, lo faccia prima di martedì - è l'aut aut di Schifani - altrimenti le responsabilità dell’aumento dell’Iva non saranno del Pdl". Il capogruppo piddì a Palazzo Madama Luigi Zanda ha, tuttavia, respinto la richiesta di fissare già lunedì la verifica in parlamento. "Le accelerazioni di mezza giornata - ha spiegato - sono strumentali e mostrano la volontà di eludere le ferite istituzionali e perfino costituzionali che sono state inferte dalle dimissioni del Pdl". Il voto di fiducia resta quindi fissato per martedì prossimo. Ma il dato politico non cambia. Per il pdl Sandro Bondi, infatti, la linea concordata da Napolitano e Letta non può che essere letta come "un atto di sfida e di ricatto, un’ulteriore umiliazione del popolo dei moderati".

Di ora in ora il Pd sembra chiudere sempre di più la porta del dialogo e alzare i toni dello scontro. Lo fa all'interno dell'esecutivo con il ministro per i Rapporti col Parlamento Dario Franceschini che da Cortona minaccia di far saltare le larghe intese qualora le dimissioni dei parlamentari del Pdl si dovessero rivelare vere. E lo fa anche all'interno della maggioranza con il segretario Guglielmo Epifani che, a margine delle celebrazioni dell’anniversario delle Quattro Giornate, invita il centrodestra a "cessare le minacce". "Se si sostiene un governo, lo si sostiene sia quando questo deve abbassare le tasse, sia quando si sostiene lo Stato di diritto - ha spiegato l'ex Cgil - diversamente non si possono piangere lacrime di coccodrillo". Un ricatto che non è affatto piaciuto a Schifani. "Non veniamo ascoltati da un alleato di governo. La convivenza in questi casi è estremamente difficile", ha replicato il capogruppo del Pdl pur lasciando uno spiraglio aperta qualora il Pd torni sui propri passi e accetti che la norma Severino possa essere applicata nella giusta misura e non retroattivamente. Per Renato Brunetta le "dichiarazioni sprezzanti" di Zanda fanno emergere "la cattiva fede di quella parte del Pd che vuole utilizzare questo delicato passaggio come ritorsione nei confronti del Pd". Un "calcolo meschino" che il capogruppo del Pdl a Montecitorio ha rispedito subito al mittente. Il Pdl, come chiarisce anche la senatrice Anna Maria Bernini, andrà comunque avanti a lavorare perché l'esecutivo e la maggioranza trovino la strada giusta per scongiurare l'aumento dell'Iva. perché questo avvenga, però, anche i democratici devono collaborare: non possono, infatti, pensare di far decadere il Cavaliere, votando con il Sel di Nichi Vendola e il Movimento 5 Stelle, e rimanere alleati col Pdl. "È ormai evidente - ha chiosato la Bernini - che il Pd punta a far cadere il governo". Secondo il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, il Pd sta infatti cercando di far fuori Berlusconi per raggiungere quel traguardo che Pier Luigi Bersani ha mancato alle ultime elezioni.