Politica

Il magistero e la sua conclusionel'analisi

diÈ una solitudine che viene da lontano quella che accompagna Joseph Ratzinger in queste ore che volgono al «disìo». Una solitudine densa che, per dirla col Sommo Poeta, «ai naviganti e 'ntenerisce il core» e fa tornar alla mente «lo dì c'han detto ai dolci amici addio».
Era il 24 febbraio 2005 e dal cielo cadeva una pioggia rabbiosa. Don Luigi Giussani era morto due giorni prima e la figura di Joseph Ratzinger si stagliava ritta sul pulpito. Ma nel Duomo di Milano non si poteva entrare tanto era gremito; restava il grande schermo sotto il diluvio. Quella mattina Giovanni Paolo II era stato ricoverato per la seconda volta in pochi giorni al Policlinico Gemelli. «Don Giussani era cresciuto in una casa povera di pane ma ricca di musica e così, dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza», attaccò la sua omelìa l'allora prefetto della Congregazione della fede. Parole affettuose che si scolpirono nel cuore dei diecimila presenti. Meno di quaranta giorni dopo, il 2 aprile, sarebbe spirato Karol Wojtyla e, sei giorni più tardi, sempre a Ratzinger toccò celebrare in San Pietro le esequie del Papa polacco. Il teologo tedesco intercalò la predica con l'imperativo «Seguimi!», a significare le tante chiamate alle quali l'amico Karol aveva risposto nel corso della sua missione terrena. «Da giovane studente, Karol Wojtyla era entusiasta della letteratura, del teatro, della poesia. Lavorando in una fabbrica chimica, circondato e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del Signore: Seguimi!». Mentre Ratzinger parlava, in quel giorno di primavera una brezza gentile, ancora un contrappunto metereologico, iniziò a «sfogliare» le pagine del vangelo poggiato sulla bara di Giovanni Paolo II adagiata sul sagrato della basilica.
Dieci giorni più tardi, il 19 aprile, il timido teologo diventò Benedetto XVI. Ma, in un certo senso, era un sopravvissuto. I suoi grandi amici, i fratelli ai quali era legato da una profonda comunione spirituale, se n'erano andati. Insieme componevano una piccola alleanza cristiana: nato nel 1920 Karol, nel '22 Luigi, nel '27 Joseph. Il quale, ora, come si legge in Luce del mondo, si trovava «all'improvviso di fronte a questo compito immenso» che è stato «come tutti sanno, un vero choc». Una chiamata avvenuta contro la stessa volontà del chiamato.
Nella prima pagina di quel libro-intervista, l'autore Peter Seewald chiede al Pontefice: «C'è stato un momento del quale più tardi lei ha detto di avere avuto l'impressione di sentire una “mannaia” calarle addosso». A rileggerla oggi la risposta di Benedetto XVI provoca un soprassalto: «Sì, in effetti il pensiero della ghigliottina mi è venuto: ecco, ora cade e ti colpisce», raccontò il Sua Santità rivelando il suo stato d'animo dentro il Conclave. Parlando del rifiuto di Celestino V e della «letizia spirituale» conseguente, Francesco Petrarca aveva usato un'immagine non dissimile, «come se avesse sottratto le sue spalle non a un peso modesto, bensì il collo a una terribile scure». È difficile che un uomo della cultura di Ratzinger non conoscesse l'espressione del Petrarca a riguardo del Pontefice del «gran rifiuto» (la cui tomba peraltro omaggiò nel corso della visita a L'Aquila dell'aprile 2009). «Ero sicurissimo che questo incarico non sarebbe stato destinato a me», aveva proseguito la sua risposta Benedetto XVI, «ma che Dio, dopo tanti anni faticosi, mi avrebbe concesso un po' di pace e di tranquillità. L'unica cosa che sono riuscito a dire, a chiarire a me stesso è stata: “Evidentemente, la volontà di Dio è diversa, e per me inizia qualcosa di completamente diverso, una cosa nuova. Ma Lui sarà con me”».
La ragione della fede, che Ratzinger ha affermato in tutto il suo magistero, doveva colmare il senso della propria inadeguatezza. E anche il senso di solitudine nella quale si era improvvisamente trovato nel breve volgere di qualche mese. Certo, un Papa è sempre solo di fronte ad un compito tanto assoluto ed esclusivo. Ma su questo pontificato si sono presto addensate nubi minacciose: lo scandalo della pedofilia prima, la complicata gestione delle finanze vaticane e dello Ior poi, i conflitti nella curia e Vatileaks per ultimi.
Benedetto XVI si è dimesso con un gesto di libertà e umiltà, riconoscendo la necessità di un'energia maggiore della sua. E rifiutando l'eventualità di essere «gestito» dalla corte. Le sfide del mondo contemporaneo richiedono ben altra tempra. Ma l'uomo di fede non può guardare a questo atto clamoroso con il metro del presente perché i disegni della Provvidenza hanno la cadenza dei secoli. Di sicuro, oggi Ratzinger si sentirà più solo dopo aver preso una decisione tanto gravida di conseguenze per sé, per la Chiesa, per il mondo. In una parola, per la storia. Sarà per questo, probabilmente, che ha scelto di restare a vivere in Vaticano, presso il convento Mater Ecclesiae delle suore di clausura. Per sentire il conforto della comunità, non certo per creare imbarazzo al successore. La sua sarà una solitudine creatrice, come la chiama lo psichiatra cattolico Eugenio Borgna. Analoga a quella che hanno vissuto i grandi mistici, da Sant'Agostino a Pascal a Santa Teresa, sempre assistiti dall'alto.
L'altra sera, dopo l'annuncio choc, mentre su gran parte d'Italia nevicava, un fulmine ha colpito la cupola di San Pietro.

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