Memoria corta giustizia lenta vergogna veloce

I fatti risalgono al 1991. Chi è nato in quell'anno, è già laureato. La giustizia italiana, si sa, ha i suoi tempi, i suoi affanni, la sua gotta, asma, dissenteria, stipsi, prolassi e rilassamenti. Dunque, che sorpresa volete che provochi la notizia secondo cui la Cassazione ha messo in calendario la sentenza finale per il 2015, ma forse anche per il 2016?

Nessuna. La questione in questione, se così si può dire, non è questione di briciole ma di un bel pacco di soldi: una cifra prossima ai 360 milioni che lo Stato italiano, ovvero la sua agenzia delle entrate, reclama con amichevole pacatezza prossima tra l'ipnosi e la paresi, uno sbadiglio e un letargo.

Il lettore chiederà: ma di che si tratta? Di chi si tratta? Si tratta di un diverbio. Meglio: di una incomprensione fra un grande industriale editore e figura politica da una parte, e lo Stato dall'altra. Sapete com'è: il grande industriale ed editore si è ritrovato, buon per lui, una cospicua plusvalenza. Ma l'Agenzia delle entrate - con molto garbo, senza attacchi di ansia o grida scomposte di evasione fiscale - sostiene di non aver visto il corrispondente versamento in tasse: «Ma sì che te l'ho dato», «Ma no che non l'ho ricevuto», sapete come vanno queste cose. Un po' l'età per il tempo che passa, un po' l'ipocondria, alla fine si gonfiano le vene sul collo e va a finire che la lite si trasferisce dal cortile alla Corte. Di Cassazione.

L'avrete a questo punto capito: il grande industriale, editore e figura politica è Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Partito democratico, proprietario del gruppo editoriale l'Espresso. È lui che si trova al centro di un contenzioso arcimilionario con l'Agenzia delle entrate già nel 1991, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino.

Direte: figuratevi con la fame di tasse inevase la furia dell'Agenzia delle entrate per riavere il suo. Errore: cercate di osservare la cosa al rallentatore, alla moviola, ma mai nei tempi e ritmi cui ci hanno educato le recenti fulminee velocità di quella suprema e anzi celestiale Corte, quando il cittadino era un altro.

Da quando la grana è scoppiata, è stato dunque tutto un rinvio, una rimodulazione di chiacchiere, ricorsi e controricorsi, attese e rinvii. Siamo in Italia, culla del diritto perché il diritto non è mai uscito dalla culla. E dunque il dio Kronos, il tempo, la stasi e la palude dominano la scena. La gente benpensante non ha nulla da ridire: il cittadino De Benedetti, in fondo, è un miliardario come tutti gli altri e gli tocca la stessa velocità di giustizia che tocca a tutti i normali cittadini: rinvii decennali e sentenze da aprirsi insieme al testamento del coinvolto, alla presenza della servitù in lacrime.

Qualcuno dirà: ma scusate, per Berlusconi hanno fatto tutto in quattro e quattr'otto, tagli ai tempi morti, sezione estiva, sezione notturna, acceleratore a tavoletta per azionare la lama della ghigliottina che scende fulminea e taglia la testa. Si tratta di una obiezione subdola e inopportuna: i tempi per Berlusconi non sono quelli della comune giustizia, ma di quella straordinaria. Una giustizia speciale. Per fortuna con De Benedetti si torna all'antico, ai tempi normali che tutto il mondo ci invidia.

Gli usi e costumi normali sono quelli che accompagnano la vicenda giudiziaria e fiscale dell'ingegner De Benedetti per il quale i tempi - e i pagamenti - si allungano a telescopio. Si parte dal 1991, si va avanti con uno sportivo rimpallo fra Cassazione e Commissione tributaria che si trascina per anni (i figli crescono, le mamme invecchiano, le rose sfioriscono per poi rifiorire) e finalmente nel 2007 la Cassazione con un tiro sottorete mette a segno un punto e annulla la sentenza di secondo grado. Palla al centro, servizio a De Benedetti che però perde di nuovo in secondo grado. Fischio dell'arbitro, ricorso, e la palla torna alla Cassazione.

Il pubblico, mitridatizzato dalla noia, si è liquefatto. Gli ultimi appassionati hanno atteso per un po' che tornasse l'eco del ricorso pendente e poi finalmente si è saputo: che la cosa va presa con ulteriore calma, adelante Pedro. Del resto riflettete: non è che si può costringere De Benedetti a tirare fuori 350 milioni con la stessa velocità con cui poté incassare 541,2 milioni dalle tasche di Berlusconi per la questione Mondadori. Sarebbe stato crudele e contrario alle tradizioni. Altra storia per Berlusconi per il quale ha funzionato la giustizia speciale, la Tav delle sentenze, Speedy Gonzales della messa in decadenza, del pagamento immediato. Per De Benedetti, tutt'altra storia. Se ne parlerà - se va bene - fra un anno e mezzo, magari due, insciallà, non c'è fretta. I cittadini sono notoriamente uguali davanti alla legge.

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