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Al mercato delle Authority

Antonio Tajani ha posto il veto sostenendo che alla guida della Consob non possa andare un soggetto espressione della politica. Argomento nobile in teoria, assai meno in pratica

Al mercato delle Authority

La vicenda della nuova presidenza Consob è qualcosa di più grave di una semplice partita di nomine. Sta diventando la rappresentazione plastica di come la politica italiana riesca sistematicamente a trasformare le istituzioni di garanzia in terreni di scambio tra partiti, correnti e leadership personali. E il fatto più inquietante è che tutto ciò avviene nel quasi totale disinteresse per le conseguenze che produce sui mercati, sulla credibilità del Paese e sulla tenuta stessa delle authority indipendenti.

Il passo indietro del sottosegretario Federico Freni segna da questo punto di vista una sconfitta politica e istituzionale. Non necessariamente perché Freni fosse l'uomo giusto in assoluto per la guida della Consob, ma perché nessuno neppure tra coloro che lo hanno ostacolato ha mai messo in discussione le sue competenze tecniche. Da sottosegretario al ministero dell'Economia ha mostrato preparazione, equilibrio e conoscenza dei dossier finanziari. E soprattutto conosce perfettamente la macchina regolatoria. In qualsiasi Paese che consideri il funzionamento dei mercati una cosa seria, il tema sarebbe stato capire l'adeguatezza del candidato alla funzione. In Italia no. In Italia il problema è diventato un altro: a quale partito appartiene la casella.

Antonio Tajani ha posto il veto sostenendo che alla guida della Consob non possa andare un soggetto espressione della politica. Argomento nobile in teoria, assai meno in pratica. Perché se il principio fosse davvero quello dell'autonomia assoluta dalla politica, allora dovrebbe valere sempre, non soltanto quando serve a impedire una nomina sgradita agli equilibri interni della maggioranza. Dicono nulla i nomi di Paolo Savona e di Giuseppe Vegas, entrambi espressioni di partiti allora al governo? È perciò forte il sospetto che dietro il veto di oggi vi sia un «no» sgradito detto in altri tempi o che addirittura l'obiettivo sia di spostare l'asse della Consob verso un nome gradito a Forza Italia, cioè l'attuale commissario Federico Cornelli. Il problema è che qui non si entra soltanto nel terreno dell'opportunità politica. Stra in quello della legittimità giuridica.

La legge 90 del 2014, all'articolo 22, è chiarissima: i componenti delle autorità indipendenti, una volta cessato l'incarico, non possono essere nuovamente nominati membri di authority per cinque anni. La ratio della norma è altrettanto chiara: evitare che le authority diventino strumenti di continuità politica o di fidelizzazione verso il nuovo potere di turno. L'indipendenza si tutela anche impedendo che chi occupa un incarico possa immediatamente traslocare in altro ruolo apicale dentro il sistema delle autorità. Il punto centrale è proprio questo. Per diventare presidente della Consob, Cornelli dovrebbe cessare dalla carica di commissario. E quella cessazione farebbe scattare esattamente il vincolo previsto dalla legge. Certo, la fattispecie della promozione interna non è esplicitamente disciplinata. Proprio per questo conta lo spirito della norma, inequivocabile: impedire che gli incarichi nelle authority diventino un circuito chiuso autoreferenziale piegato agli equilibri politici. Non a caso autorevoli giuristi amministrativisti, si veda Marcello Clarich, hanno ricordato come i criteri di nomina nelle autorità indipendenti siano decisivi non soltanto sul piano formale ma soprattutto su quello della credibilità istituzionale. Perché le authority vivono di una sola vera forza: la loro indipendenza percepita. Quando questa viene anche solo sospettata, il danno è immediato.

Eppure, all'interno del governo c'è chi continua a muoversi come se stesse distribuendo sottosegretariati o presidenze di commissioni

parlamentari. Il risultato è devastante: la Consob è senza guida dall'8 marzo, da quando è scaduto Savona, in uno dei momenti più delicati degli ultimi anni per il sistema finanziario. Le tensioni geopolitiche, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Iran, la fragilità dei mercati europei, le operazioni straordinarie nel sistema bancario, la crescita incontrollata della finanza digitale: tutto ciò avrebbe richiesto da subito una successione forte, autorevole, pienamente operativa.

E non va meglio all'Antitrust. Anche lì il mandato di Roberto Rustichelli è scaduto ed è iniziata la prorogatio. Anche lì veti e controveti paralizzano la scelta. Non per ragioni di merito. Non per divergenze sulle competenze. Ma esclusivamente per una spartizione politica che ormai assomiglia sempre meno a una dialettica democratica e sempre più a un mercimonio istituzionale, dove le autorità di vigilanza vengono trattate come bottino della maggioranza pro tempore. Il paradosso è che proprio chi sostiene di voler difendere l'autonomia delle authority rischia di comprometterla definitivamente. Perché non c'è nulla di più devastante per un'autorità indipendente del sospetto che il suo vertice sia il prodotto di una trattativa politica opaca.

La verità è che la politica italiana continua a non voler comprendere una distinzione fondamentale: le authority non sono nate per servire i partiti, sono nate per limitare il potere dei partiti. Ed è precisamente per questo che essi dovrebbero restarne il più possibile lontani.

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