Napolitano apre la strada a Monti: "Non è il primo tecnico a candidarsi"

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica apre la strada al Prof e denuncia la questione sociale. Rammarico per la mancata riforma elettorale

Napolitano apre la strada a Monti: "Non è il primo tecnico a candidarsi"

Nessun veto, nessun avvallo. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non frena la "salita" in politica del premier dimissionario Mario Monti, ma non lo lancia nemmeno nell'agone politico. Si limita a riscontrare che il Professore non sarà il primo tecnico a candidarsi. "La sua è una libera scelta", ha spiegato nell'ultimo discorso di fine anno alla Nazione (leggi il testo integrale), al termine di un settennato complicato e segnato da una marcata crisi economica. "Alla vigilia di importanti elezioni politiche, non verranno da me giudizi e orientamenti di parte, e neppure programmi per il governo del paese, per la soluzione dei suoi problemi, che spetta alle forze politiche e ai candidati prospettare agli elettori - ha spiegato il capo dello Stato - muoverò piuttosto dal bisogno che avverto di una considerazione più attenta e partecipe della realtà del paese, e di una visione di quel che vorremmo esso diventasse nei prossimi anni".

L'Italia devastata dalla crisi economica

Napolitano ha analizzato "la realtà sociale duramente segnata dalle conseguenze della crisi" con cui da quattro anni il sistema Italia si confronta su scala mondiale. Anche quest'anno, infatti, la recessione e la crescita negativa hanno portato al fallimento di numerose aziende, alla cancellazione di piccole imprese e di posti di lavoro, all'aumento della Cassa Integrazione e della disoccupazione e aggravamento della difficoltà a trovare lavoro per chi l'ha perduto e per i giovani che lo cercano. "Per effetto di tutto questo e per il peso delle imposte da pagare, per l'aumento del costo di beni primari e servizi essenziali - ha spiegato il capo dello Stato - è aumentata l'incidenza della povertà tra le famiglie". Secondo i recenti dati dell'Istat, infatti, sono quasi due milioni i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70% dei quali resiede al Sud. A fronte di tutto questo, Napolitano ha smesso di parlare di "disagio sociale" per denunciare una vera e propria "questione sociale" che deve essere posta al centro dell'attenzione e dell'azione pubblica. "La politica, soprattutto, non può affermare il suo ruolo se le manca questo sentimento, questa capacità di condivisione umana e morale - ha continuato Napolitano - ciò non significa, naturalmente, ignorare le condizioni obbiettive e i limiti in cui si può agire per superare fenomeni che stanno corrodendo la coesione sociale".

La riduzione del debito pubblico

Nonostante le politiche economiche lacrime e sangue messe in campo dai tecnici negli ultimi tredici mesi, Napolitano ha difeso le scelte fatte da Monti, perché "dettate dalla necessità di ridurre il nostro massiccio debito pubblico", anche se hanno obbligato i cittadini a fare sacrifici pesanti e hanno contribuito a provocare una forte recessione. "Nessuno può negare quella necessità - ha spiegato il capo dello Stato - è toccato anche a me ribadirlo molte volte. Guai se non si fosse compiuto lo sforzo che abbiamo in tempi recenti più decisamente affrontato: pagare gli interessi sul nostro debito pubblico ci costa attualmente più di 85 miliardi di euro all'anno, e se questo enorme costo potrà nel 2013 e nel 2014 non aumentare ma diminuire, è grazie alla volontà seria dimostrata di portare in pareggio il rapporto tra entrate e spese dello Stato, e di abbattere decisamente l'indebitamento". Insomma, secondo Napolitano, grazie a Monti ci sarebbe stato un ritorno di fiducia nell'Italia dal momento che anche lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi è rientrato entro soglie accettabili. "E' entro questi limiti che si può agire per affrontare le situazioni sociali più gravi - ha continuato Napolitano - lo si può e lo si deve fare distribuendo meglio, subito, i pesi dello sforzo di risanamento indispensabile, definendo in modo meno indiscriminato e automatico sia gli inasprimenti fiscali sia i tagli alla spesa pubblica, che va, in ogni settore e con rigore, liberata da sprechi e razionalizzata".

Europa unita, giovani e Meridione

Secondo Napolitano, il rilancio del Paese deve passare avere il fulcro in un'Europa unita. "L'Italia non è un paese che possa fare, nel concerto europeo, da passivo esecutore - ha continuato il presidente della Repubblica - è tra i paesi che hanno fondato e costruito l'Europa unita, e ha titoli e responsabilità per essere protagonista di un futuro di integrazione e democrazia federale, che è condizione per contare ancora, tutti insieme, nel mondo che è cambiato e che cambia". Senza nascondere la durezza delle prove da affrontare, Napolitano ha rivolto un augurio specialmente ai giovani. "Sono loro che hanno più motivi per essere aspramente polemici, nel prendere atto realisticamente di pesanti errori e ritardi, scelte sbagliate e riforme mancate, fino all'insorgere di quel groviglio ed intreccio di nodi irrisolti che pesa sull'avvenire delle giovani generazioni - ha continuato il presidente della Repubblica - i giovani hanno dunque ragioni da vendere nei confronti dei partiti e dei governi per vicende degli ultimi decenni, anche se da un lato sarebbe consigliabile non fare di tutte le erbe un fascio e se dall'altro si dovrebbero chiamare in causa responsabilità delle classi dirigenti nel loro complesso e non solo dei soggetti politici". Prospettare una visione per il futuro delle giovani generazioni e del Paese è importante fin da ora, senza limitarsi ad attendere che nella seconda metà del 2013 inizi una ripresa della crescita in Italia e adoperandosi perché si concretizzi e s'irrobustisca. Proprio per arrivare a questo punto, Napolitano è convinto che il prossimo governo debba puntare a una visione innanzitutto unitaria, che "abbracci l'intero paese, contando sulla capacità di tutte le forze valide del Mezzogiorno di liberarsi dalla tendenza all'assistenzialismo, dai particolarismi e dall'inefficienza di cui è rimasta assurdamente vittima la gestione dei fondi europei".

Immigrazione e diritti civili

Napolitano ha, poi, lanciato un appello ad aver cura dei soggetti più deboli accogliendo "chi arriva in Italia per cercare protezione da profugo o lavoro da immigrato e offrendo l'apporto di nuove risorse umane per il nostro sviluppo". "Già un anno fa, avevamo 420mila minori extracomunitari nati in Italia - ha chiesto provocatoriamente Napolitano - è concepibile che, dopo essere cresciuti ed essersi formati qui, restino stranieri in Italia? E' concepibile che profughi cui è stato riconosciuto l'asilo vengano abbandonati nelle condizioni che un grande giornale internazionale ha giorni fa - amaramente per noi - documentato e denunciato? Ripresa e rilancio dell'economia e avanzamento civile del paese non possono separarsi". Per il capo dello Stato occorre, poi, portare lo stesso impegno nel campo dei rapporti e dei diritti civili. Dalla legge che ha sancito l'equiparazione tra i figli nati all'interno e al di fuori del matrimonio alle nuove normative di questi anni per contrastare persecuzioni e violenze contro le donne, il presidente della Repubblica ha appludito alle ultime conquiste del parlamento italiano, ma ha denunciato "la realtà angosciosa delle carceri".

Le riforme mancate

Per la prossima legislatura, Napolitano ha espresso l'augurio che "ci sia senso del limite e della misura nei confronti e nelle polemiche" al fine di evitare "contrapposizioni distruttive e reciproche invettive". In special modo su tematiche cruciali ancora eluse in questa legislatura. In primis, la ridefinizione delle regole e degli assetti istituzionali. In secondo luogo, la riforma della legge elettorale. "Per i partiti, per tutte le formazioni politiche, la prova d'appello è ora quella della qualità delle liste - ha insistito il capo dello Stato - sono certo che gli elettori ne terranno il massimo conto. Al loro giudizio si presenteranno anche nuove offerte, di liste e raggruppamenti che si vanno definendo. L'afflusso, attraverso tutti i canali, preesistenti e nuovi, di energie finora non rivoltesi all'impegno politico può risultare vitale per rinnovare e arricchire la nostra democrazia, dare prestigio e incisività alla rappresentanza parlamentare". A questa stregua, il voto del 24 e del 25 febbraio interverrà a indicare quali posizioni siano maggiormente condivise e debbano guidare il governo che si formerà e otterrà la fiducia delle Camere.

Il via libera a Monti

Seondo Napolitano, in questo scenario, Monti ha compiuto "una libera scelta di iniziativa programmatica e di impegno politico". "Non poteva candidarsi al Parlamento, facendone già parte come senatore a vita - ha continuato il capo dello Stato - poteva, e l'ha fatto (non è il primo caso nella nostra storia recente) patrocinare, dopo aver presieduto un governo tecnico, una nuova entità politico-elettorale, che prenderà parte alla competizione al pari degli altri schieramenti. D'altronde non c'è nel nostro ordinamento costituzionale l'elezione diretta del primo ministro, del capo del governo". Secondo una prassi consolidata, il premier dimissionario è, infatti, tenuto ad assicurare entro limiti ben definiti la gestione degli affari correnti e ad attuare leggi e deleghe già approvate dal Parlamento, nel solco delle scelte sancite con la fiducia dalle diverse forze politiche che sostenevano il suo governo. Il ministro dell'Interno, invece, garantirà con assoluta imparzialità il corretto svolgimento del procedimento elettorale. Prima di concludere il suo ultimo discorso alla Nazione, Napolitano ha citato Benedetto Croce che, all'indomani della caduta del fascismo, disse: "Senza politica, nessun proposito, per nobile che sia, giunge alla sua pratica attuazione". E ancora: "I partiti politici in avvenire si combatteranno a viso scoperto e lealmente e nel bene dell'Italia troveranno di volta in volta il limite oltre il quale non deve spingersi la loro discordia". Proprio per questo, Napolitano ha avvertito che "il rifiuto o il disprezzo della politica non porta da nessuna parte, è pura negatività e sterilità". "La politica non deve però ridursi a conflitto cieco o mera contesa per il potere - ha concluso - senza rispetto per il bene comune e senza qualità morale".

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