Nel Def la verità sulle tasse: in 4 anni giù solo dello 0,7%

Nel Documento di economia e finanza svelato il bluff del governo: le imposte caleranno ma a fine legislatura. E sull'Irpef Renzi rassicura: "Il taglio di 80 euro sarà strutturale"

Nel Def la verità sulle tasse: in 4 anni giù solo dello 0,7%

Roma - Ci vogliono quattro anni solari e cinque esercizi di bilancio - dice il Documento di economia e finanza - per far scendere la pressione fiscale dello 0,7%: dal 44% previsto per quest'anno al 43,3% stimato per il 2018, scadenza naturale della legislatura. Le imposte dirette (per lo più, Irpef) caleranno, però, solo dello 0,3%; mentre quelle indirette (essenzialmente, l'Iva), dello 0,1%: dal 15 al 14,9%. Nello stesso periodo - ricorda sempre il Def - le spese diminuiranno più rapidamente: del 3,3%, passando dal 50,6% del Pil al 47,3%. Merito, dice il documento, delle riforme strutturali, istituzionali e di sistema che verranno introdotte. Con la legge elettorale approvata definitivamente entro il prossimo settembre; mentre per l'abolizione del Senato bisognerà attendere il dicembre del 2015. Riforme che verranno apprezzate dal mercato nel medio lungo periodo, prevede il Def: per il 2018 è prevista una riduzione della spesa per interessi dello 0,4%. La flessione, però, inizierà alla fine di quest'anno. Nel 2014, infatti, è programmato un aumento del rapporto debito/Pil. Toccherà il 135%; per poi ridiscendere al 120% nel 2018. A determinare la flessione della spesa contribuirà in modo sostanziale anche il blocco del rinnovo dei contratti pubblici fino al 2020. Oltre agli effetti che - nel medio periodo - produrrà la spending review. Effetti che non saranno tutti positivi. Il Mef ha stimato - com'era scontato - che una riduzione della spesa per 4,5 miliardi produrrà effetti negativi sul Pil, ma limitati allo 0,1%.

Brutte notizie, poi, per i ministeri di spesa. Per garantire la riduzione del cuneo fiscale («Gli 80 euro saranno confermati anche nei prossimi anni», assicura il premier) il governo ha in animo di introdurre una sorta di «ghigliottina» alla spending review. Vale a dire che se entro ottobre le riforme previste dalla revisione della spesa non produrranno i risparmi attesi, scatteranno tagli orizzontali di pari ammontare. Con queste «clausole di salvaguardia» il governo conta di contenere il deficit nominale di quest'anno entro la soglia del 2,6%. Almeno sulla carta. Al Mef non sembrano nutrire grandi speranze sulla possibilità di rispettare gli impegni europei. Tant'è che spostano al 2016 il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio.
«Il posticipo al 2016 del conseguimento dell'obbiettivo di medio periodo (il pareggio di bilancio, ndr) non configura una violazione dei regolamenti europei e appare in linea con quanto previsto dalla normativa nazionale». Prima di arrivare a questa presa di posizione il documento spiega «perché» si è arrivati al posticipo. E l'elemento di fondo è il peggioramento del ciclo economico, rispetto a quello prefigurato dal governo Letta. Tra l'altro la scelta di stimare la crescita di quest'anno allo 0,8% è tutt'altro che «prudente», slogan coniato da Renzi per definire il Def. Le previsioni europee e globali indicano un aumento del Pil non superiore allo 0,6%. Amarcord. Nell'estate del 2011, la Bce chiese al governo Berlusconi di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. Gli spread schizzarono. Oggi Renzi fa slittare il pareggio al 2016 e gli spread non superano i 161 punti base.

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