La separazione delle carriere nella magistratura è tornata al centro del dibattito pubblico non per un improvviso slancio riformatore della politica, ma perché cresce, nel Paese, la consapevolezza che il sistema attuale non regge più. Non sul piano della fiducia, non su quello dell’equilibrio tra i poteri, non su quello della percezione di imparzialità della giustizia. È dentro questo spazio che si colloca l’iniziativa del Comitato referendario Sì Separa - Roma Capitale, nato per sostenere le ragioni del Sì al prossimo referendum costituzionale sulla giustizia.
L’idea di fondo è lineare, quasi elementare: chi accusa e chi giudica non dovrebbe appartenere alla stessa carriera, condividere gli stessi percorsi, le stesse dinamiche associative, la medesima cultura interna. Non si tratta di mettere in discussione la professionalità dei magistrati, ma di costruire un sistema che non chieda agli uomini di essere imparziali per vocazione, bensì alle regole di garantire l’imparzialità per struttura.
Il punto critico, ormai evidente, è il cortocircuito generato dalla commistione tra funzioni requirenti e giudicanti, unito al peso crescente del correntismo nel governo autonomo della magistratura. Un meccanismo che ha trovato nel Consiglio Superiore della Magistratura la sua manifestazione più problematica, trasformando uno strumento di garanzia in un campo di battaglia tra gruppi organizzati. La proposta sostenuta dal Comitato romano mira a spezzare questo circuito, anche attraverso il sorteggio dei membri del CSM, sottraendo il sistema a logiche di potere autoreferenziali.
C’è poi un livello più profondo, spesso ignorato nel dibattito italiano: l’adeguamento agli standard europei dell’equo processo. Dopo l’introduzione del principio di giusto processo a fine anni Novanta, la separazione delle carriere rappresenta il passaggio necessario per rendere coerente l’intero impianto con una concezione realmente liberale della giurisdizione, fondata sulla terzietà del giudice e sulla parità delle parti.
In questo senso, Sì Separa – Roma Capitale non si propone come un comitato contro qualcuno, ma come un presidio politico e culturale a favore del cittadino.
Perché la giustizia non è un affare interno alle toghe, né una rivincita della politica, ma il luogo in cui lo Stato misura ogni giorno la propria credibilità. E senza credibilità, anche la giustizia diventa solo un’altra forma di potere.