Pure la ministra coraggiosa si piega al partito della spesa

Pure la ministra coraggiosa si piega al partito della spesa

Anche il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza ha preso posizione sul referendum col quale i cittadini di Bologna, domenica prossima, dovranno decidere se abolire i finanziamenti comunali alle scuole d'infanzia paritarie.
La consultazione locale, come il Giornale ha raccontato in questi giorni, ha assunto un significato politico nazionale, spaccando a metà la sinistra. Per questo l'intervento del ministro, affidato a un lungo post su Facebook, è molto rilevante, e riflette la posizione della maggioranza del Partito democratico, che vorrebbe mantenere, come il centrodestra, lo status quo. Una posizione contraria a quella della sinistra radicale (Sel), del Movimento 5 Stelle e degli intellettuali di supporto, a partire da Stefano Rodotà e finire con Francesco Guccini.
Quelle del ministro sono parole pesanti in favore delle scuole paritarie, che qualcuno, per motivi di propaganda, si ostina a confondere con le private, alimentando il falso sospetto che sia in atto una guerra tra ricchi e poveri. Carrozza scrive che «l'accordo con le paritarie non è contro la scuola pubblica»; che nel sistema nazionale integrato anche le scuole paritarie svolgono una funzione pubblica; che la «sussidiarietà positiva» del caso bolognese ha creato maggiori opportunità per tutti, con risultati d'eccellenza. Poi la stoccata a chi, come Vendola, ha soffiato sul fuoco per tramutare il voto in una battaglia di bandiera con la quale andare all'assalto del Partito democratico: «Il dibattito sul referendum sembra privilegiare soprattutto le esigenze politiche e i diversi posizionamenti ideologici, piuttosto che le esigenze dei bambini». E a proposito di questi ultimi: «l'accordo attuale ha permesso di ampliare il numero di quelli ammessi alla scuola d'infanzia».
Tutto chiarissimo. Per una certa sinistra, queste parole di puro buon senso sono più che sufficienti per passare da eretici. Cosa infatti puntualmente accaduta. Non tarda ad arrivare la levata di scudi della Cgil: «Il ministro difenda la scuola pubblica, laica e inclusiva anziché schierarsi a senso unico a favore delle private paritarie», ha detto Mimmo Pantaleo, segretario generale Federazione lavoratori della conoscenza Cgil. Mentre Paolo Ferrero, leader di ciò che resta di Rifondazione comunista, ha invitato Carrozza ad andarsene.
Alla luce di quanto accaduto si spiega forse l'intervista rilasciata dal ministro alla trasmissione Nove in Punto su Radio 24: «O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica oppure devo smettere di fare il ministro dell'Istruzione». Dopo aver ribadito la ovvia necessità di mettere in sicurezza ogni istituto al fine di evitare rischi, Carrozza si è un po' fatta prendere la mano. Per dimostrare il suo amore per la scuola statale, ha prospettato l'assunzione di «un esercito di nuovi insegnanti, che ci permettano di migliorare la qualità del servizio». La formula, espressa in questi termini, sembra una riedizione del passato: gonfiare gli organici, utilizzare l'insegnamento come ammortizzatore sociale, moltiplicare le funzioni per trovare qualcosa da fare a tutti. Prima di assumere, bisognerebbe razionalizzarne la distribuzione sul territorio, e pensare alla sorte dei molti, troppi, professori che, dislocati in altri ministeri o in permesso sindacale, non mettono piede in aula. Senza considerare che il problema della qualità pare legato soprattutto a una revisione dei programmi scolastici, soffocati da astruse teorie didattiche. Speriamo quindi che la «vera» Carrozza sia la prima, quella palesatasi con coraggio su Facebook. E che la seconda sia dovuta intervenire per dare un contentino agli integralisti della scuola statale.

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