Quando il pm scriveva che il Cav era la vittima

Nel 2005 il pm De Pasquale sospettava che Agrama & Co. avessero truffato Silvio Berlusconi e Mediaset. Spedì negli Usa una rogatoria, ma la pista fu subito mollata

Quando il pm scriveva che il Cav era la vittima

Febbraio 2005. L'inchiesta Mediaset sui diritti tv è a un bivio. La procura di Milano è convinta che Silvio Berlusconi sia socio occulto del produttore americano Frank Agrama, ma in realtà non ha certezze: a palazzo di Giustizia sospettano che la realtà sia invece capovolta. Forse il Cavaliere non è complice ma vittima dei giochi di prestigio di Agrama e del suo amico Bruce Gordon, responsabile del comparto vendite della Paramount. Forse la carta coperta di Agrama è proprio Gordon e allora prende corpo un'altra ipotesi: la coppia specula sui pacchetti dei film in arrivo dalla Paramount e destinati al magazzino Mediaset. Come si vede, non è una sfumatura ma appunto il copione rovesciato. I pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo si rivolgono alle autorità americane, in particolare a Daniel Goodman del dipartimento di Giustizia, e chiedono la verifica di questa interpretazione. Un documento importantissimo, come si può facilmente intuire, ma anche sconcertante a seguire la trama degli eventi: De Pasquale e Robledo fanno dunque partire una complessa rogatoria per gli Stati Uniti, ma pochi giorni dopo, il 23 febbraio 2005, chiedono il rinvio a giudizio di Berlusconi e degli altri imputati per una sfilza di reati che vanno dal falso in bilancio alla frode fiscale e all'appropriazione indebita.

In quel momento, la risposta dagli Stati Uniti, ovviamente, non è ancora arrivata, e oggi si può affermare che le domande puntualmente e scrupolosamente poste dai pm di Milano si sono perse nel nulla. Nessuno ha mai replicato ai quesiti. Ma già in quel mese di febbraio la macchina da guerra dei pm di rito ambrosiano si mette in moto e scrive l'atto d'accusa nei confronti del Cavaliere. Parte il processo che arriverà fino alla sentenza della Cassazione che ha certificato la condanna del fondatore di Forza Italia a 4 anni per frode fiscale.

Eppure in quelle carte si legge, senza tanti giri di parole, che la coppia Gordon-Agrama non la racconta giusta: «Da alcune dichiarazioni che abbiamo acquisito, anche in sede rogatoriale, è univocamente emerso che i rapporti commerciali fra la Paramount e Fininvest/Mediaset sono stati esclusivamente gestiti da Bruce Gordon che, di fatto, ha imposto, sin dall'inizio, che le vendite dei diritti Paramount fossero necessariamente e sempre intermediate da Agrama, non consentendo in alcun modo una trattativa diretta con la controparte. L'interposizione di Agrama - prosegue la Procura - non aveva alcuna utilità di carattere commerciale o di altra natura, se non quella di essere funzionale a interessi esclusivamente economici dello stesso Agrama e di Bruce Gordon, in accordo con soggetti riferibili al gruppo Berlusconi».

Ecco il tassello che mancava: Agrama e Gordon sono l'anello di collegamento fra Hollywood e Cologno Monzese e forse, dentro la Fininvest, c'è qualche dipendente infedele che gioca di sponda con loro. E danneggia la casa che paga i film a prezzi stratosferici. De Pasquale e Robledo hanno fatto due conti: «Tale ricarico è quantificabile, allo stato, in circa 170 milioni di dollari nel periodo 1988-98». Una cifra imponente. Un vero e proprio tesoro. Ma c'è di più: seguendo le mosse disinvolte del duo americano, si scopre che anche la Paramount ci perde. O, per dirla in soldoni, viene fregata. «Peraltro - proseguono i pm - i prodotti Paramount venivano ceduti da Gordon ad Agrama a prezzi inferiori a quelli di mercato, così danneggiando anche la stessa Paramount. Da alcune dichiarazioni risulta che Gordon partecipava direttamente ai profitti illecitamente conseguiti».
De Pasquale e Robledo la sanno lunga: «È stato accertato che, con riferimento a Gordon e Agrama, venne disposta da Jonathan Dolgen un'inchiesta interna, in seguito alla quale Gordon fu allontanato, e che vi fu un successivo intervento di Gary Marenzi, a perfetta conoscenza della situazione sopra descritta».

De Pasquale vorrebbe sapere molte cose che non quadrano. E fa i suoi passi: chiede di interrogare Dolgen e con lui Kerry Mac Cluggage, «che era il capo di Gordon»; poi vorrebbe risentire Marenzi, che era già stato ascoltato ma la cui deposizione non convince: «Su questa vicenda ha rilasciato nell'audizione di Los Angeles dichiarazioni di segno diverso rispetto a quanto ora ricostruito!».

De Pasquale e Robledo formulano quesiti a raffica e alla fine salutano Goodman augurandosi che «con la piena collaborazione del tuo ufficio sarà possibile risolvere tutte le questioni evidenziate». Invece, i nodi non verranno sciolti. La procura andrà dritta per la sua strada senza attendere oltre. Per la cronaca il tribunale dirà no all'audizione di Gordon e alla stessa conclusione arriveranno anche la Corte d'appello e la Cassazione.