Quel cattivo buonismo sulle classi multietniche

Alcuni genitori ritirano i loro piccoli da scuola per la massiccia presenza di stranieri. Ma non è razzismo, soltanto buonsenso

Quel cattivo buonismo sulle classi multietniche

Il paese di Landiona (Novara) che, per voce del suo sindaco Marisa Albertini è ora costretto a giustificarsi, a spiegare a tutti di non essere una roccaforte razzista è l'ultima stortura di una vicenda tutta storta. Lo è nella sostanza (i bambini rom trattatti come gli invasori delle nostre scuole, i bambini italiani trascinati a zonzo per altri istituti in cerca di classi «meno miste»), lo è nelle proporzioni (numeriche, non è vero che sono miste le classi prese in questione se è vero che sarebbero composte da 25 stranieri e da 12 italiani), lo è nei toni (sia in quelli degli oltranzisti del territorio, sia in quelli degli oltranzisti del buonismo, che come si sa è ancora più implacabile), lo è nel clima che si è venuto a creare attorno a questo caso (come dimostra un genitore dei sette che ha ritirato il figlio e che, terrorizzato, chiede di rimanere anonimo per dire una cosa banale nel suo buonsenso: «una scuola con tanti allievi nomadi non offre tante garanzie»).

Vista l'impopolarità di ciò che stiamo per scrivere vorremmo preventivamente sgombrare il campo da un equivoco, e vorremmo farlo in maniera netta: se per i nostri bambini sogniamo classi davvero miste (e non classi dove gli italiani vengono messi all'angolo e ghettizzati perché numericamente inferiori), non è perché pensiamo che i bambini rom siano brutti, sporchi e cattivi. Spesso i compagni peggiori dei nostri figlioletti sono italianissimi: menano, insegnano loro parolacce che nemmeno in casa saremmo in grado di fargli apprendere, li convincono del fatto che sputare addosso alla compagna di classe sia il miglior modo per far breccia nel suo giovanissimo cuore, sono maleducati, infidi e dispettosi come solo i bambini, a volte, sanno essere. Pure se si chiamano Rossi da sette generazioni. Quindi non è Stevan il problema, che non è meno bambino dei nostri bambini.

Quello che non ci sembra giusto, per i nostri figli, è catapultarli in un contesto in cui la loro lingua, le loro abitudini e le loro tradizioni (che stiano in un piatto di braciole di maiale o nella stella sull'albero di Natale, o in Gesù Cristo appeso al muro della classe) siano scalzate o trattate come il fanalino di coda proprio qui, a casa loro. Ci preoccupiano del fatto che i primi rudimenti della loro lingua debbano attendere quelli, necessariamente più stentati, di bimbi che ne hanno masticata un'altra fino a ieri. Ci preoccupiamo del fatto che debbano prendere dimestichezza troppo in fretta con realtà tanto diverse dalla loro alla quale già, ogni giorno e con delicatezza cerchiamo faticosamente di abituarli.

E lo sappiamo che un giorno tutto questo servirà perché è un nuovo mondo quello in cui vivono oggi e sarà ancor più nuovo quello in cui vivranno domani. Solo vorremmo lasciar loro lo spazio e il tempo e il modo di essere piccoli quanto serve. E di esserlo senza doversi buttare avanti a rincorrere o dover restare indietro ad attendere: per capire, per sapere, per conoscere.

Ci preoccuperebbe il fatto di spedirli in una classe con cinquecento bambini così come ci preoccupa il fatto di spedirli in una classe con più stranieri che italiani. Perché, allo stesso modo, le forze del corpo insegnante potrebbero venire a mancare, per differenti motivi. Mentre vorremmo che a disposizione avessero tutto perché per un genitore è normale augurarselo.

Allora, forse, prima di essere buonisti, dovremmo essere buoni con i nostri figli provvedendo a metterli nelle migliori condizioni per apparecchiarsi la vita. E dovremmo avere il coraggio di essere onesti. Che è sempre un buon viatico, anche per imparare (e insegnare) il rispetto.