Quella giustizia che uccide l'Ilva (e un uomo)

La crociata contro l'Ilva è una persecuzione contro Emilio Riva e un danno all'economia nazionale

Panoramica dello stabilimento Ilva di Taranto
Panoramica dello stabilimento Ilva di Taranto

Per rovinare un uomo basta poco: è sufficiente sbatterlo in carcere. Un pretesto per rinchiuderlo in cella si trova sempre, specialmente se è un «padrone». Gli imprenditori in Italia, dalle partite Iva ai capitani d'industria, sono considerati ladri, almeno potenziali, ed evasori fiscali. Se la Guardia di finanza ravana un po' nei loro conti e spulcia i bilanci di una ditta, il cavillo per fare qualche arresto lo becca facile. In un Paese come il nostro, in cui vigono troppe regole, è impossibile non violarne una e meritare la galera. Non importa il fatto che le numerose norme si contraddicano l'una con l'altra. Anzi, agevola il compito di chi punti a incastrarti.
Emilio Riva, quello dell'Ilva di Taranto e di altri 37 stabilimenti sparpagliati da Nord a Sud dello Stivale, nonostante abbia la bellezza di 88 anni, 65 dei quali trascorsi in fabbrica, è rimasto agli arresti domiciliari per 12 mesi e resta soggetto all'obbligo di dimora da tempo immemorabile perché sarebbe un inquinatore di lungo corso. Non è ancora stato processato, ma lo hanno già privato della libertà. Motivo? Vallo a sapere. Contro di lui è stato detto di tutto. È colpevole a prescindere: uno che per fare soldi non ha esitato a mettere a repentaglio la vita dei suoi poveri operai e anche delle loro famiglie. Uno sterminatore di popoli.
Secondo le accuse che gli sono state rivolte, egli avrebbe incrementato la diffusione del cancro fra i tarantini, uccidendone una cifra. Il particolare che a Lecce (dove l'Ilva non ha succursali) il tumore abbia stecchito ancora più gente non è stato preso in esame. L'obiettivo era colpire il personaggio simbolico: Riva. Lui con i suoi miliardi, con le sue aziende dell'acciaio, il decimo gruppo del mondo nel settore. Centrato in pieno il bersaglio, blindato il ragiunatt assiso sul trono siderurgico, l'inchiesta oncologica ha rallentato il passo. Si attendono sviluppi e conferme che non arrivano. Frattanto Emilio Riva crepi nel peggiore dei modi. D'altronde, il motto della sinistra fomentatrice dell'odio di classe, dell'odio sociale, dell'odio generazionale (Riva è vecchio e pure bacucco) e dell'odio tout court era ed è: anche i ricchi devono piangere.
Il proprietario dell'Ilva non è ancora stato ammazzato dai suoi presunti persecutori, ma posto in condizioni di tirare le cuoia in solitudine, autonomamente, come si conviene a un signore. Diciamo che gli hanno dato una spinta. In che senso? Semplice: ingabbiato, isolato, sputtanato. Non solo: gli hanno sequestrato gli opifici, i soldi, anche quelli personali, i beni mobili e immobili. Lo hanno ridotto in miseria. Non ha più i soldi per mangiare, per pagare il dottore. Se gli capitasse di essere ricoverato all'ospedale dovrebbe arrangiarsi per saldare la fattura della degenza, affidandosi alla carità pubblica o privata.
Riva, pur non essendo ancora stato giudicato, è stato massacrato, derubato anche della propria dignità. Questa è una storia tipicamente italiana. Di quelle che ti fanno vergognare di essere nato e di vivere qui, tra le Alpi e il Canale di Sicilia.
Non ho mai conosciuto il ragionier ingegner Emilio, non gli ho parlato manco per telefono, ma so che la sua esistenza è stata stroncata. Oddio, alla sua età pesa comunque di più la disperazione della speranza. Ma c'è un «ma» ad aggravare la situazione. Ipotizziamo che egli si ammali e che il destino non gli sia amico e se lo porti via. Di chi sarebbe la responsabilità? Di nessuno. Perché dalle nostre parti chiunque sbagli è obbligato a rispondere dei propri errori, tranne i sacerdoti della cosiddetta giustizia, i quali hanno ragione anche quando hanno torto. Costoro, a dire il vero, vengono sottoposti a procedimenti disciplinari, però, fra un ricorso e un appello, alla fine - male che vada - se la cavano con un trasferimento da Milano a Lodi. Tutti gli appartenenti ad altre categorie, viceversa, se hanno sgarrato non la passano liscia. Ma ciò sarebbe niente: l'abitudine agli obbrobri ci ha reso insensibili alle schifezze.
Nella presente circostanza, siamo altresì di fronte a un attentato all'economia patria. Lo smantellamento, il ridimensionamento drastico dell'Ilva di Taranto e delle consorelle ha azzerato la produzione nazionale di acciaio, un settore nel quale avevamo il primato in Europa e che oggi vale un fico secco. Trattasi di suicidio economico. Quando i politici predicano che il problema più urgente da risolvere è il lavoro, viene il desiderio di sparare (a salve, naturalmente). Pretendiamo di creare posti di lavoro onde combattere la crescente disoccupazione, in particolare giovanile, e poi ordiniamo la chiusura di numerose fonderie perché si pensa (non vi è certezza in proposito) che facciano male alla salute. Rimane un dubbio atroce: meglio morire sicuramente di stenti o meglio morire (forse) di cancro? Al lettore l'ardua sentenza.

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