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Quello zampino del Colle dietro la scissione del Pdl

La scelta di Alfano asseconda la strategia di Napolitano, primo sponsor di Letta. Il governo è salvo, fino al prossimo scoglio

Quello zampino del Colle dietro la scissione del Pdl

Roma - Mancherà il lieto fine, a questa storia. Un happy end all'americana con quel vago roseo sentimento dell'avvenire espresso dal «domani è un altro giorno» di Rossella O'Hara in Via col vento. Il vento che spira sul Palazzo minaccia piuttosto altri cicloni, altre storie, la cui sceneggiatura sembra ancora quella scritta a inizio legislatura, quando Giorgio Napolitano parlò alla Camera. Al di là dei contatti con il ministro dell'Interno, al di là dei rapporti di simpatia con i Letta (nipote e zio) è ancora a quelle frasi, a quel programma politico - un po' più di una casuale regia, assai meno di un complotto - che bisogna riandare per cogliere il ruolo cruciale del Colle in una fase di ulteriori colpi mortali al governo: il caso Cancellieri, la scissione del Pdl, la bocciatura della manovra da parte della Ue. L'altro giorno, davanti a un fresco e giovanile Papa Francesco, Napolitano ha dato sfogo al livello ormai estremo dell'insofferenza rispetto al sistema politico, al «clima avvelenato» che si respira. Un atteggiamento che richiama la durezza con cui si rivolse ai partiti il 22 aprile scorso, instaurando un singolare («eccezionale») legame tra il proprio mandato-bis e la necessità che «l'Italia si desse il governo di cui ha bisogno». Un governo rispetto al quale il capo dello Stato dichiarò di volersi fare «fattore di coagulazione», chiamando le forze politiche alle loro responsabilità: «Era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», arrivò a dire Napolitano.

La «posta implicita». Ampie e documentate sono così le prove dell'interventismo quirinalizio a sostegno di un governo che fa acqua da tutte le parti. Sostegno giunto a blindare per la seconda volta un guardasigilli chiaramente in conflitto d'interesse e non immune, secondo i falchi berlusconiani, dall'ingerenza nella vita interna del Pdl. L'unico a parlarne con affettiva sregolatezza è stato Sandro Bondi, secondo il quale «l'unica idea forte che ha ispirato Alfano, l'unica sua preoccupazione... non può non essere dovuta a un impegno vincolante assunto con il Pd, con Enrico Letta sotto la regia del presidente della Repubblica». Parlare di regia, però, è inappropriato - e rischia di essere malinteso - se non allargando la visuale all'intero periodo e allo sforzo del Colle di «tenere in piedi» il governo Letta, costi quel che costi, qualunque cosa accada. Napolitano d'altronde non lo ha mai taciuto, ribadendolo peraltro in maniera riservata ma a suo modo ufficiale nell'incontro di ottobre con i capigruppo Brunetta e Schifani, laddove fu ultimativo nell'escludere le elezioni. «Non le concederò mai, tutt'al più mi dimetto», disse, imprimendo a quella prima crisi un corso diverso da quello possibile. E che di sicuro non è ininfluente rispetto alla scelta di Alfano. «Dopo il 2 ottobre non siamo più in grado di sfiduciare l'esecutivo», ha ripetuto il Cav, lasciando comunque aperta la porta all'appoggio esterno. Ma la vera domanda è se tutto questo servirà a qualcosa, se il governo riuscirà ad andare avanti nonostante «ministri che non hanno la statura per farsi ascoltare a Bruxelles» e una «legge di Stabilità che non porterà a nessun risultato», come sospetta Berlusconi. Letta sarà pure riuscito nell'intento di separare le sorti del governo da quelle della decadenza del capo di Forza Italia.

Ma i contraccolpi del caso Cancellieri e dello scontro nel Pd rischiano di lasciarlo disarmato di fronte all'ineluttabile «sua» decadenza. Forse persino ignorando che, nella vita, ognuno è il peggior nemico di se stesso.

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