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Randolfo Pacciardi, l'antifascista che sognava il presidenzialismo e fu accusato di golpismo

Fervente mazziniano, tra i primi a battersi contro il regime di Mussolini, alcuni decenni dopo fu accusato di eversione. Combatté in Spagna contro Franco

Randolfo Pacciardi, l'antifascista che sognava il presidenzialismo e fu accusato di golpismo

In fondo cosa aveva fatto di male Randolfo Pacciardi? Una vita spesa nel combattere il fascismo e poi, in età matura, l’accusa infamante di golpismo e l’isolamento pressoché totale da tutte le forze politiche. La sua unica colpa? Aver sognato il presidenzialismo, tenendo come modello di riferimento la Quinta Repubblica varata dal generale De Gaulle in Francia. Gli diedero del fascista e lo misero alla berlina. E pensare che lui, da giovane, era stato uno dei primi a mobilitarsi contro il fascismo. Lo fece in piazza Venezia, a Roma, quando durante un comizio di Mussolini insieme a un gruppetto di suoi sodali si mise a gridare frasi inneggianti alla libertà. Il giorno seguente il Popolo d’Italia lo schernì: “È bene che la smetta, questo insulso avvocatino di Grosseto”.

Nato a Gavorrano (Grosseto) nel 1899, figlio di un ferroviere, respira fin da ragazzo gli ideali repubblicani e socialisti. A sedici anni si iscrive al Partito repubblicano italiano e si schiera per gli "interventisti", considerando la partecipazione alla guerra come il necessario compimento del Risorgimento. Prova ad arruolarsi sotto falso nome ma suo padre lo riporta a casa. Diciottenne viene chiamato alle armi e presta servizio come sottotenente di complemento nell'Esercito. Alla fine della Grande guerra verrà decorato con due medaglie. Questa esperienza sul fronte gli verrà utile più tardi, come vedremo. Tornato a casa in due anni si laurea in Legge e, subito dopo, inizia la sua attività pubblicistica e politica.

È difficile descrivere Pacciardi senza ricordare che è stato uno dei più risoluti antifascisti italiani, fondatore del movimento clandestino “Italia libera” nonché, una volta rifugiatosi in Svizzera, organizzatore di una delle centrali operative più attive contro il regime. E poi l’impegno nella guerra civile spagnola, dove, grazie all'esperienza militare maturata nella Prima guerra mondiale, andò a comandare la Brigata Garibaldi, al fianco del governo democratico chi si opponeva alla rivolta dei militari. Durante una delle più sanguinose battaglie, sulle sponde del fiume Jarama, è colpito dalle schegge di una cannonata. Dopo essere svenuto si risveglia: ad assisterlo, passandogli un fazzoletto sul viso tutto insanguinato, c'è Pietro Nenni, futuro leader socialista.

Pacciardi e nenni
Pacciardi con Pietro Nenni nel settembre del 1936 (Archivio di Stato del Cantone Ticino; Fondazione Pellegrini-Canevascini, Bellinzona)

Con la fine della seconda guerra mondiale, tornata la democrazia e la libertà Pacciardi si getta nella mischia e, oltre a guidare il Partito Repubblicano, affianca De Gasperi come vicepresidente del Consiglio e poi come ministro della Difesa, dando un fondamentale contributo alla svolta atlantista dell’Italia nel 1947. Avverserà fino alla fine l’avanzata del centrosinistra, al punto che questa “resistenza” gli costò l’espulsione dal suo partito, arrivata nel 1964.

Nei primi anni Sessanta, con i socialisti che stanno per entrare nella "stanza dei bottoni", per usare un'espressione di Nenni, dando vita in alleanza con la Dc al primo governo di centrosinistra, Pacciardi è fermamente convinto che i tempi non siano ancora maturi. Al voto di fiducia in Parlamento il politico toscano pronuncia un discorso durissimo contro la nuova alleanza, e in un colpo solo si mette contro la Dc, il Psi, i liberali, i socialdemocratici e persino il suo partito, il Pri, guidato da Ugo La Malfa, lo mette in un angolo fino alla decisione più estrema, l'espulsione. A questi avversari si aggiungono i nemici storici, comunisti e neofascisti, il quadro è completo: Pacciardi è solo contro tutti. Lui non si piega e continua a pensare alla politica, sua antica passione. Decide di imbarcarsi in una nuova battaglia, quella che non aveva osato intraprendere ai tempi della Costituente: la Repubblica presidenziale. Diventa questo lo scopo della sua vita. Dà vita a un nuovo gruppo politico, "l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica". Sempre più solo ed emarginato, si lancia a testa bassa nel suo nuovo progetto "rivoluzionario". Come ha ricostruito lo storico Francesco Perfetti "tra i firmatari del manifesto-programma c'erano, oltre a Pacciardi, personalità eminenti della società civile, dai generali Raffaele Cadorna e Giuseppe Mancinelli all'ambasciatore Giuseppe Rossi-Longhi, da politici di orientamenti diversi (da Ivan Matteo Lombardo a Giuseppe Caronia, da Alfredo Morea a Salvatore Sanfilippo) fino a giornalisti come Tomaso Smith e Giano Accame per non parlare di Mario Vinciguerra, figura importante dell'antifascismo storico e intellettuale autore fra l'altro di una delle prime analisi interpretative del fascismo".

Questo rinnovato attivismo gli crea qualche problema con la giustizia. Quando il magistrato Luciano Violante accusa il monarchico Edgardo Sogno (medaglia d'oro della Resistenza) di aver progettato un colpo di Stato, Pacciardi viene a sapere di essere sotto indagine pure lui per "concorso in cospirazione politica". Gli danno del golpista e gli tolgono gli passaporto. Pacciardi prende carta e penna e scrive a Violante una lettera durissima: "Non sono mai scappato, né di fronte ai soldati austriaci, né di fronte ai fascisti. Non scapperò di certo ora". Prosciolto da ogni accusa, resta comunque isolato. Il suo partito, il Pri, lo riaccoglie solo nel 1981.

Randolfo Pacciardi
associazionemazziniana.it

Il suo amore per il presidenzialismo Pacciardi lo faceva derivare da Giuseppe Mazzini, in particolare da un discorso che il patriota genovese tenne all’Assemblea costituente della Repubblica romana: “Nella sua grande giornata storica come uomo di governo, al di là delle "chiacchierate dell’Assemblea" [… ] Mazzini in contatto diretto col Popolo anticipava la repubblica presidenziale". Arrivando, qualche anno dopo, a spingersi ancora più in là: "Non è azzardato dire che la repubblica presidenziale col Capo dello Stato e del governo eletto dal popolo è il sistema repubblicano più vicino alle idee mazziniane. E per questo Mazzini fu accusato, anche lui, di carezzare sistemi dittatoriali o addirittura di voler diventare re o papa perché degli scemi in ogni epoca non si perde mai la semenza".

Nei lavori all’Assemblea costituente Pacciardi non propose il presidenzialismo, non tanto perché non l’avesse in mente come possibile soluzione per l’Italia, ma perché, come lui stesso ebbe modo di spiegare più tardi, "non me la sentii di parlare a favore di un ordinamento che dà grandi poteri a un uomo solo, proprio mentre uscivamo da una lunga notte durante la quale un uomo solo aveva provocato quel terribile sconquasso". Insomma, per Pacciardi i tempi non erano ancora maturi per la Repubblica presidenziale.

Siamo agli inizi del 1994, Silvio Berlusconi annuncia la propria discesa in campo. Nel farlo, in un celebre discorso, elenca i padri nobili del pensiero democratico della Repubblica italiana. Accanto ai nomi di Alcide de Gasperi e Luigi Einaudi il Cavaliere fa anche quello di Randolfo Pacciardi.

Trent’anni prima Pacciardi aveva diffuso un appello per una "nuova Repubblica" proponendo la riforma della Costituzione. Il politico toscano partiva dalla denuncia della "degenerazione partitocratica", sottolineando che la Carta in quasi vent'anni era stata "o non applicata, o male interpretata o praticamente calpestata da dittature occulte" e per tale ragione si era rivelata "impari al suo mandato e alle speranze che la libertà aveva suscitato nel cuore degli italiani".

Da ciò era nata la "degenerazione del costume politico" ed una pericolosa "confusione di poteri" che, unitamente alla trasformazione dei partiti in "strumenti di potere", creava una situazione a dir poco esplosiva. Tutti mali, questi, da curare con le necessarie riforme istituzionali.

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